venerdì 16 ottobre 2015

MANCAVA SOLO LOUIS

Oggi sono andato al CEM di Milano ed è stata un'esperienza molto interessante. Mi sono recato con tutte le buone intenzioni, per avere la possibilità di seguire un corso di batteria a cui vorrei partecipare. Appena sono arrivato nelle vicinanze dell'edificio, ho sentito librarsi nell'aria delle fantastiche note jazz, e mi sono detto: ma perché non mi sono iscritto vent'anni fa?
L'atmosfera che si respira all'interno è differente da qualsiasi ambito accademico nozionistico, perché lì si studia la musica anche a livello teorico, ma per comprenderla al meglio, la si deve suonare per ore e ore, ecco spiegato quel concerto per me gratuito.
L'ambiente studentesco è gioviale, anticonformista, differente dalle università nelle quali ho messo piede in vita mia. Ho avuto come la sensazione di essere stato catapultato in qualche accademia newyorchese piena di ragazzi stravaganti sullo stile anni '80, tipo Fame per intenderci, e mi è piaciuta molto, mi sono trovato perfettamente a mio agio, seppure mi sentissi tremendamente incapace rispetto a chi stavo ascoltando con gran piacere.
Ho rivalutato un sacco la musica jazz, tempo fa mi sembrava un genere ascoltato per lo più da persone un po' snob, rivendicando con quel tipo di ascolto, una certa distinzione di classe, ora posso dire che sia un genere molto vicino all'animo umano. E' una musica coinvolgente, affascinante, sporca in tutta la sua verità e travolgente per il ritmo frenetico; insomma è un tipo di musica veramente completo e difficile da suonare. Mi piacerebbe parecchio imparare a suonarlo ma il tempo a disposizione non è molto e per imparare bene, a padroneggiare come un vero jazzman uno strumento fondamentale come la batteria, ce ne vuole tanto a disposizione. Forse di tempo ne avevo da buttare vent'anni fa e ancora mi chiedo, come mai ne abbia smisuratamente sprecato da ragazzino, chissà cosa avrei potuto fare se mi fossi dedicato prima. Comunque se riuscissi a partecipare a quelle lezioni, sarei davvero contento e se così non fosse, mi impegnerei in un'altra scuola, perché l'obiettivo e quello di coltivare per bene questa passione, non è detto che mi possa perfino cibare con i suoi frutti e con questi, sfamare tutta la famiglia.


lunedì 12 ottobre 2015

PENSIERI E PAROLE (A RANDOM)

Il concetto, di per sé è assai banale, troppo scontato e fortemente basilare, così essenziale da non poterne fare a meno, purtroppo; sto parlando dei soldi. Mi fa una rabbia sapere che tutto quello che facciamo è in funzione del denaro, che per ogni progetto da ideare o sogno da realizzare, si debba per forza avere dietro una forte somma di concretezza denominata: pecunia. La vita quotidiana è flagellata dall'esborso di denaro ed è una cosa talmente radicata dentro il nostro essere, da non poter evitare di compiere l'azione che porta a dovere pagare ogni cosa, ovvero: il consumare.
Fare la spesa è la capolista, di tutte quelle cose che non si possono omettere dal compiere giorno per giorno e questo comporta anche tutta una serie di acquisti che crediamo siano essenziali ma che in verità vengono indotti dalle aziende produttrici di beni.
Dovrei mettere per iscritto, quanto costa vivere 24 ore, cioè redarre una lista di tutte quelle cose che si consumano nell'arco di una giornata e di conseguenza, quante se ne pagano; sarebbe un esperimento interessante. Oppure, immaginare una vita da sogno e sapere alla fine quanto costa sognare.
Certo, la faccenda è piuttosto avvilente, nel senso: sapere che anche i sogni non sono più gratis, ci dà l'idea di quanto siamo diventati gretti e materialisti.
Se si chiedesse ad un bambino di esprimere un desiderio, molto probabilmente quello risponderebbe con la marca di un gioco. Se invece lo si domandasse ad un adulto, la prima cosa da lui desiderata, sarebbe di possedere una montagna di soldi.
Non voglio fare per forza l'anticonformista o il puro d'animo, ma se il Genio della Lampada mi avesse chiesto da bambino di esprimere un desiderio, avrei risposto di poter volare. Oggi chiederei di far vivere una vita felice ai miei figli, così da poter volare con il cuore pieno di gioia. Lo giuro!
                                                         
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Da qualche tempo a questa parte, ho il sospetto di avere delle microspie nel bagno. E' incredibile, ma ogni volta che entro in casa per lavarmi le mani, sento il rubinetto del vicino dirimpetto o quello di sopra, che apre l'acqua nel mio stesso momento. Anche quando faccio la doccia sento a turno, che qualcuno ha avuto la mia stessa idea e perciò sento la doccia dei vicini che è in funzione con la mia. Non nascondo che quando uso il bagno con lo scopo per il quale è stato inventato, c'è qualcuno dei vicini che tira lo sciacquone insieme a me. Non ci credo che siano solo coincidenze, faccio fatica ad accettare che altre due famiglie abbiano i miei stessi orari, anche perché i miei sono assurdi. Da quasi tre anni in cui vivo nella nuova casa, mi sento osservato; qualcuno mi spia...

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Per ovviare al problema del prolungamento di un altro anno di palestra, questa settimana ci sono andato con una certa costanza, già all'orario di apertura, ovvero: alle sette di mattina. Devo ammettere che è stata mia moglie a suggerimi di andarci appena sveglio, così da avere il resto della mattinata libera, nonché la possibilità di portare avanti tutti i miei bei progetti che mi sono prefissato per quest'anno. L'idea mi ha molto stuzzicato, in visione del fatto che pensavo di non trovare nessuno a quell'ora e poter fare ogni cosa senza quella fastidiosa presenza attorno a me; cosa più che mai errata. Alle sette del mattino ci sono forse anche più persone di quanto ne trovassi al mio solito orario e ne sono rimasto stupito. Tutti gli impiegati che lavorano in zona Bicocca, probabilmente non si sentono sufficientemente svegli, se prima non si sparano un paio d'ore di esercizio fisico, fa benissimo lo so, però che cavolo, hanno avuto tutti la mia stessa idea? (o meglio quella di mia moglie) Mi rendo conto di vivere in una città sovrappopolata, però è vero anche, che se non ci fossero tutte queste persone la palestra alle sette sarebbe chiusa. Pazienza, devo continuare a condividere gli spazi e gli attrezzi. Se condividessero con me i miei chili di troppo sarei anche più felice.


sabato 10 ottobre 2015

LE GANG CHE FANNO BANG

A Milano da qualche hanno, circolano delle congreghe di giovani criminali che si ispirano alle gang ispano-americane. Sono dei personaggi estremamente violenti che non guardano in faccia a nessuno e commettono atti criminosi senza un vero perché; non che esistano dei motivi per cui questi siano leciti, ma l'inutilità delle motivazioni è parte integrante delle loro questioni da risolvere.
Tempo fa stavo con una ragazza centroamericana e mi spiegò le differenze tra le varie maras (bande) che operavano tranquillamente nel suo paese d'origine, tutti i loro simboli, i gesti, i colori delle fazioni, alcuni nomi di spicco e quanto fossero cattivi fra gli avversari ma anche con la gente comune. Ora anche nella mia città si verificano le stesse dinamiche di violenza esattamente come quelle che avvengono a migliaia di chilometri di distanza da qui e, ovviamente, la cosa non mi piace per niente.
I fatti di cronaca si sprecano in città, ettolitri di inchiostro vengono utilizzati per schedare i delinquenti e scrivere i rapporti nel momento della cattura, i medici adoperano centinaia di metri di fili e garze per ricucire le ferite inferte dalle armi da taglio o dai colpi volanti durante le risse, in poche parole. è un fenomeno in forte aumento tra le strade milanesi.
Non nascondo il fatto di essere terrorizzato da questo fenomeno, in vista dell'imminente crescita dei miei figli e della loro prossima autonomia individuale, il che significa darli in pasto al mondo e a tutti i pericoli che gravitano intorno, questo delle gang compreso.
Non posso tenere i miei figli dentro una teca ed estraniarli completamente da tutti i pericoli della vita, però non è nemmeno giusto che si debbano scontrare con degli elementi del genere; dico di questi delinquenti come tutti gli altri, non sto facendo un discorso di razze, etnie o di chissà che altro, io odio la violenza e per questo, odio chiunque l'adoperi.
La domanda è sempre la stessa:
Come ci si può difendere da questi pericoli?
Se penso ai miei figli fra qualche anno mi vengono i brividi, proprio perché conosco bene cosa accade tra le strade, chi sono i tizi pericolosi e dove si radunano. Sono consapevole delle storie tragiche compiute negli ultimi tempi e ho perfino conosciuto dei personaggi proprio di questa pasta, per cui vorrei evitare che si palesassero lungo il percorso futuro dei miei bambini.
Se fossimo negli U.S.A i deboli andrebbero in giro armati, il che non aiuta, anzi, amplifica a dismisura il turbine della violenza per cui non si può ritenere una soluzione adeguata. Bisogna solo sperare che siano fortunati e che siano abbastanza da furbi da evitare di infilarsi in questione scomode e più grosse di loro.
Dopo questa riflessione posso asserire che:
essere genitori vuol dire. vivere sempre in uno stato di preoccupazione perenne.
Ma esiste un posto nel mondo dove i pericoli sono pressoché inesistenti, ovvero, c'è un'isola felice?
Se qualcuno lo conosce, lo pregherei di inviarmi l'indirizzo, grazie.


mercoledì 7 ottobre 2015

UN GIORNO NORMALE PER MOLTI, MA NON PER TUTTI.

La lunga riflessione su come sarebbero stati i giorni futuri, oggi hanno avuto quella certezza che tanto si attendeva. L'ansia, il terrore, l'angoscia di pronunciare quelle due parole che mettono in discussione un ruolo sociale, sono passati molto meglio di quanto si credeva. E' stato facile lì per lì, nel senso, che è bastata una mezz'oretta per finire un rapporto complicato e all'inizio anche doloroso, poi è arrivata la libertà.
Il dubbio amletico è stato ampiamente analizzato sotto ogni punto di vista per mesi e mesi, poi siamo giunti alla conclusione che per il bene di tutti era giusto così, che questo legame bisognava spezzarlo, che bisognava dare un taglio a questa farsa di perbenismi e di cliché con i quali siamo convinti che la nostra società vada meglio se tutti sono assoldati in un impiego, come giustificazione dei fallimenti interpersonali e non di meno, a discapito di una tranquillità familiare.
La società ci vuole schiavi e la comunità obbedisce, ma da oggi, una di noi ha detto di no. Io l'ammiro per il suo coraggio, la tenacia, le idee e per l'amore grande che rivolge a chi davvero lo merita.
Mi rivolgo direttamente a te:
sei coraggiosa ed il tuo atto è per me, motivo di grande orgoglio, nonché, un esempio da imitare. (non uguale nella scelta, ma per la perseveranza con la quale hai seguito i tuoi ideali)
Sei indispensabile e ne hai avuto la dimostrazione oggi, mentre tutti ti guardavano cavalcare l'onda delle tue convinzioni anche se questo ha significato per loro: perderti.
All'inizio di questa storia, mi sono sentito colpevole delle lacrime che versavi, ma credo di averlo fatto, forse per il tuo bene, per farti capire che ce la potevi fare, senza che nessuno ti aiutasse. Quello era per te un periodo di riscatto morale e hai vinto. Sono contento che questo sia avvenuto, seppure sia costato fatica da parte di tutti, te per prima.
Posso soltanto dirti brava, sei quell'ingranaggio fondamentale che quando manca tutto vacilla, io ne so qualcosa.
Sei la numero uno, ancor più unica che rara e vali tanto oro quanto... pesi, anche se sei un fuscello.
Ti porterei in trionfo come una conquista, sei il vessillo dentro il quale io mi ritrovo in tutto e per tutto, sei la mia bandiera.


martedì 6 ottobre 2015

BASTA UN POCO DI MARY E LA SCUOLA VA GIU'

La cosa che ho chiesto a mio figlio dopo la fine del primo giorno di scuola è stato:

"Allora, dimmi un po'? Com'è andata a scuola, ti è piaciuta?"
"No, i maestri mi stanno antipatici."
"Ma come? Hai fatto solo due ore!"
"Lo so, ma non mi piace."

A distanza di un mesetto scarso, credevo che la questione si fosse leggermente risolta, invece prima mi ha scritto mia moglie dicendomi che il secondo scolaro di casa, ha delle crisi di pianto, causate ovviamente, dal nuovo ambiente scolastico. Il suo desiderio sarebbe quello di tornare all'asilo e non doversi più recare ogni mattina nella sua nuova classe 1B, però ahimè, non c'è rimedio per lui.
Prima che arrivasse il momento della fatidica iscrizione, mia moglie ed io abbiamo formulato qualche ipotesi sulla sua poca volontà di frequentare la nuova classe, perché conoscendolo, avevamo già preventivato che avremmo avuto dei problemi a riguardo.
A noi dispiace un sacco che viva male la nuova avventura e per quel che possiamo, cerchiamo di spronarlo, essere propositivi, di farci vedere più entusiasti di lui, ma a quanto pare non basta.
Credo fermamente che debba scattare qualcosa in lui e poi tutto diverrà un gioco, nel senso che, apprenderà le nozioni che gli serviranno in futuro, con la stessa gioia che impiega nei suoi giochi fantastici. Almeno questo è il desiderio di tutti.
Come si fa a far piacere la scuola ad un bambino?
Non ho idea, anche perché la mia prima figlia è tutto il contrario del secondo e per quanto, anche lei sia abbastanza pigra con i compiti, però la mattina ci va con allegria, senza fare storie, insomma le piace.
Cosa suggerirebbe Tata Lucia a riguardo? Avrebbe una soluzione in tasca che faccia al caso mio?
Dubito fortemente, in questi casi un aiuto concreto ce lo può dare solo Mary Poppins.


Lei non mi sembra molto d'accordo a vederla così.

lunedì 5 ottobre 2015

E' TEMPO DI RIFLESSIONI, RIFLETTERE SUL TEMPO

Oggi è il compleanno di mio papà e so che è una cosa a lui non molto gradita. Il motivo è presto intuibile, ogni anno aumenta di uno, e non a tutti piace diventare grandi, specialmente se crescere significa invecchiare.
Quando lui andò in pensione gli chiesi se fosse contento di non lavorare più, lui mi rispose di no, perché era il preambolo della fine. Anche il suo compleanno credo che lo interpreti come una specie di conto alla rovescia ed è triste, seppur, indiscutibilmente vero.
Il trascorrere del tempo visto così è davvero un'angoscia, un pensiero tanto infelice da togliere il fiato, perché sapere di avere i giorni contati è una considerazione troppo pessimistica, persino per Leopardi. Interpretandolo in questa maniera si rischia di perdere tutto ciò che di bello riserva ancora il futuro e non è detto poi, che le cose saranno come ce li si aspetta, cioè un decadimento fisico e psichico o peggio, un imbruttimento della vita stessa. E' chiaro il fatto di non essere eterni, ma forse la nostra mortalità, rende ancor più sensate tutte le cose compiute all'interno di una lunga esistenza terrena.
Capisco anche la volontà dei popoli di credere in qualcosa dopo la morte, dato che esalare l'ultimo respiro fa tremare la gambe a tutti, forse ancor di più, a chi resta a vedere spirare il proprio caro. Ma la natura umana è fatta così, non ci sono alternative. E' vero abbiamo stampato da qualche parte una data di scadenza e non è detto che se fossimo eterni ci divertiremmo per sempre. Certo arrivare all'età di Grande Puffo con le sue sembianze, credo non faccia piacere a nessuno, però se l'età progredisse ma il fisico rimanesse ad uno stato accettabile come quello di un cinquantenne, sarebbe una cosa sicuramente più apprezzabile. Arrivati ad una certa età, non si lavora più perciò si ha molto tempo a disposizione ma con il passare degli anni, questo tempo diventa un nemico che causa una progressiva mancanza di forze e tutto il tempo a disposizione risulta essere una gabbia dalla quale si vorrebbe scappare al più presto. E quindi dobbiamo contare già da adesso? O forse bisogna farlo dal primo vagito?
A pensarci vengono i brividi.

venerdì 2 ottobre 2015

CON UN BUON CHIANTI E DUE PATATE VICINO.

A volte penso che in fondo non avrò mai la capacità di raggiungere i miei scopi artistici, perché non ho dietro lo studio, quello fondamentale, della teoria. Mi manca quel passaggio accademico importante e determinante che serve a scindere il dilettante dal professionista; sia nell'ambito musicale che in quello letterario. Perciò mi sento sempre un po' in difetto difronte a chi ha perseguito e terminato un discorso più completo rispetto al mio e quindi, quelli che reputo siano dei piccoli successi o anche solo dei progressi, non sono niente se paragonati a chi ha dedicato la sua vita nel vedere realizzati i propri sogni.
Suono e scrivo senza sosta, eppure, il mio limite si palesa più spesso di quanto non vorrei, me è inevitabile, in quanto credo di aver scoperto tutto ciò che ho potuto da solo, da qui in poi, avrei bisogno che qualcuno mi insegnasse cose che non conosco o che non sono in grado di fare. Certo, potrei anche mettermi d'impegno, impiegando tutto me stesso nel frequentare una scuola o un'accademia, però è troppo tardi, cioè avrei dovuto farlo quando avevo il tempo ora posso soltanto leccarmi le ferite di una mezza sconfitta. Identifico tale sentimento con una sola parola: rimpianto.
Si dice meglio avere rimorsi che non rimpianti, ebbene, ora di rimorsi non me ne vengono in mente e tra l'altro, non credo sarei felice di averne, ma il mio rimpianto più grande è proprio quello di non indirizzato il mio tempo verso i miei sogni, di conseguenza, devo prendere tutto ciò che deriva dalla mia mancanza di disciplina e mi mangio il fegato.
Buon appetito.


COME UN ANNO FA

 L'anno scorso siamo rimasti rinchiusi per mesi a causa di un virus letale, sconosciuto e altamente aggressivo, dopo un anno siamo ancor...