Da bambino avevo un sogno piuttosto malsano, mi sorgeva dentro non appena mi avvicinavo ad un negozio che vendeva bicchieri di cristallo, statuette di ceramica, servizi curatissimi di porcellana e oggetti in vetro dei più disparati. Mi sono chiesto come potesse fare affari un negozio del genere a Rozzano, mia mamma ogni tanto ci andava per comprare dei regali, però non l'ho mai visto pieno; forse perché il luogo era decisamente delicato e quindi era meglio per tutti se ci entravano poche persone alla volta, o forse perché alcuni prezzi erano davvero proibitivi, comunque questo raffinato esercizio è durato un bel po' di anni nonostante tutto.
Quelle volte in cui sono entrato, con le mille raccomandazioni di mia madre a non fare danni, avrei voluto tenere tra le mani una mazza da baseball e distruggere tutto. Mi sarei divertito a fracassare tutte quelle centinaia di statuette fragilissime, i servizi di bicchieri e piatti sempre esposti in bella mostra, avrei rovesciato i tavolini, fatto in mille pezzi i lampadari appesi, mi sarebbe piaciuto piegare ad uno ad uno, tutte le posate d'argento che tenevano nel bancone di vetro, per dirlo in poche parole avrei pagato un occhio della testa per ridurre in frantumi quel delicatissimo negozio. Se fossi stato ricco sfondato l'avrei proposto ai negozianti, cioè gli avrei dato un mucchio di soldi per soddisfare questo sfizio distruttivo, non l'avrei fatto così a sfregio, il sogno comprendeva anche il risarcimento in contati di ogni oggetto rotto; certo, sennò non avrei ottenuto alcun piacere. L'attrezzo che avrei usato, non poteva essere nient'altro che una mazza da baseball, come già detto, poiché nel mio immaginario la mazza rappresentava l'oggetto con il quale si poteva dare libero sfogo alla follia.
Ahimè non ero ricco prima e non lo sono nemmeno ora, per cui sono rimasto con la voglia di devastare quel negozio, che ormai ha chiuso i battenti, o uno di quel genere, così facendo mi sarei liberato di tutte le frustrazioni covate dentro (ammesso che ne abbia mai avute a quel tempo, o che ne abbia tuttora) e comunque la soddisfazione sarebbe stata impareggiabile.
Ho letto di alcuni posti, tipo delle onlus o giù di lì, dove vengono organizzate serate in cui è possibile rompere dei vecchi mobili, proprio per esternare la rabbia repressa, ma non è la stessa cosa, almeno per quel che mi riguarda, io voglio un bel negozio con tanti e tanti vetri.
sabato 9 aprile 2016
venerdì 8 aprile 2016
MANCA SOLO LA STAMPA
Siamo giunti a scrivere i ringraziamenti per il disco e da qui in poi il passo per la pubblicazione sarà breve; spero. Ci abbiamo messo fatica, impegno, soldi e speranze per arrivare a concludere il nostro primo album, con l'augurio che sia pronto per la data del 25 maggio al Boccaccio di Monza. Non sarebbe male avere il disco pronto per essere distribuito al primo concerto del 2016, ok nel frattempo siamo riusciti anche a scrivere tre brani nuovi, ma li eseguiremo dal vivo e poi ci penseremo ad inserirli nel secondo album, che se va come deve andare, per il 2017 ce ne sarà un altro targato Twenty Euro For Love. Grande eccitazione per il concerto e per le date future, c'è anche una remota possibilità di finire in radio per la presentazione ufficiale e poi, quel che sarà, sarà.
Aggiornamenti e approfondimenti in seguito, nel frattempo visitate la pagina Facebook Twenty Euro For Love.
Aggiornamenti e approfondimenti in seguito, nel frattempo visitate la pagina Facebook Twenty Euro For Love.
giovedì 7 aprile 2016
DOGGY "LIFE" STYLE
Il cane è il migliore amico dell'uomo, ma l'uomo con il cane non è il migliore amico di nessuno.
Mi spiego meglio:
E' ormai quasi un decennio che frequento assiduamente i giardinetti per i bambini, non perché sia una specie di nostalgico Peter Pan, ma perché avendo tre figli, i luoghi di svago a costo zero sono solo quelli lì. Non so per quale strano motivo, ma i giochi dei bambini vanno sempre di pari passo alle aree cani. Ok, d'accordo che di spazi a disposizione ce ne sono pochi e quando si crea un'area verde, questa la si possa dividere per il diverso bacino di utenza, per cui cani da una parte, bambini dall'altra. Eppure le cose nella stragrande maggioranza delle volte non seguono questo corso, nel senso che i bambini non vanno a giocare invadendo le aree cani e si può ben capire il motivo, ma al contrario, i cani sono legittimati ad andare ovunque persino negli spazi dedicati ai più piccoli; perché?
Mi sono accorto che sono più considerati e tutelati gli amici a quattro zampe che non i bimbi e questo lo trovo davvero assurdo. Il cane è un animale a cui si può concedere il lusso di fare quel che gli pare e piace, o meglio, i padroni dei cani fanno quel cavolo che vogliono con i loro animali, cioè: sporcano i marciapiedi con le loro deiezioni, innaffiano giardini, prati, angoli dei palazzi con le decine di urinate quotidiane, possono andare in giro senza guinzaglio e come dicevo prima, invadere gli spazi non pensati per loro. Al bambino invece è vietato tutto perché l'educazione dell'individuo parte per prima cosa da tutta una serie di divieti. I bambini non sporcano in giro poiché c'è un genitore sempre pronto a raccogliere o pulire qualora questi si lascino andare in libertà non socialmente accettate, ma allora perché i padroni dei cani non possono fare lo stesso?
Io ho avuto due cani nella mia vita a cui ho voluto molto bene, però ora a posteriori, mi accorgo di quanti errori commettevo senza pensare che questi sbagli potessero ledere la libertà di qualcun altro.
Da premettere che ho sempre raccolto tutto ciò che lasciavano per strada, specie con il secondo poiché vivevo in centro a Milano. Per quanto riguarda il primo beh; vivevo a Rozzano dove il verde si sprecava. Ma non posso giurare che la mia condotta nei confronti di chi non voleva saperne dei miei molossi, fosse ineccepibile. A dire il vero, ho sempre visto male chi non li amava, cioè li reputavo degli esseri senza cuore e privi di bontà. Per questo motivo mi arrogavo dei diritti che non mi spettavano, come per esempio: lasciare libertà totale nel vagare per i parchi ai miei cagnoni. Ma non è giusto.
Potevo mettere la mano sul fuoco per quel che riguardava l'incolumità verso gli altri, dato che i miei cani erano davvero docili e mansueti, però potevano involontariamente provocare dei danni a cose e persone, e questo era impensabile per me allora, anche se estremamente possibile.
Forse la questione generale verte proprio su questo fattore, ossia, che i padroni dei cani li pareggiano alla stregua dei figli, per cui sono affidabili al cento per cento, quindi non possono essere costretti al guinzaglio o alla museruola nei luoghi affollati; possono sporcare perché non si può fare diversamente; possono andare negli spazi dei bimbi, perché in fin dei conti anche i cani sono dei bambini. Però a fronte di tutto questo, non si può prendere troppo da loro perché sono animali.
Ehi, ehi, c'è qualcosa che non va. Così non si può andare avanti.
In Italia abbiamo la cattiva abitudine di fregarcene delle regole, a maggior ragione, se queste limitano la libertà di esseri viventi a cui siamo affezionati e che si possono considerare dei membri di famiglia.
Io adoro gli animali però se ci fosse più educazione da parte di chi li possiede, li apprezzerei ancor di più. Loro non hanno colpe, povere bestie; però se vengono considerati come dei figli, allora vanno educati e limitati esattamente come i figli carnali, sennò non ci sarà mai spazio per una sana convivenza insieme. Pensateci.
Mi spiego meglio:
E' ormai quasi un decennio che frequento assiduamente i giardinetti per i bambini, non perché sia una specie di nostalgico Peter Pan, ma perché avendo tre figli, i luoghi di svago a costo zero sono solo quelli lì. Non so per quale strano motivo, ma i giochi dei bambini vanno sempre di pari passo alle aree cani. Ok, d'accordo che di spazi a disposizione ce ne sono pochi e quando si crea un'area verde, questa la si possa dividere per il diverso bacino di utenza, per cui cani da una parte, bambini dall'altra. Eppure le cose nella stragrande maggioranza delle volte non seguono questo corso, nel senso che i bambini non vanno a giocare invadendo le aree cani e si può ben capire il motivo, ma al contrario, i cani sono legittimati ad andare ovunque persino negli spazi dedicati ai più piccoli; perché?
Mi sono accorto che sono più considerati e tutelati gli amici a quattro zampe che non i bimbi e questo lo trovo davvero assurdo. Il cane è un animale a cui si può concedere il lusso di fare quel che gli pare e piace, o meglio, i padroni dei cani fanno quel cavolo che vogliono con i loro animali, cioè: sporcano i marciapiedi con le loro deiezioni, innaffiano giardini, prati, angoli dei palazzi con le decine di urinate quotidiane, possono andare in giro senza guinzaglio e come dicevo prima, invadere gli spazi non pensati per loro. Al bambino invece è vietato tutto perché l'educazione dell'individuo parte per prima cosa da tutta una serie di divieti. I bambini non sporcano in giro poiché c'è un genitore sempre pronto a raccogliere o pulire qualora questi si lascino andare in libertà non socialmente accettate, ma allora perché i padroni dei cani non possono fare lo stesso?
Io ho avuto due cani nella mia vita a cui ho voluto molto bene, però ora a posteriori, mi accorgo di quanti errori commettevo senza pensare che questi sbagli potessero ledere la libertà di qualcun altro.
Da premettere che ho sempre raccolto tutto ciò che lasciavano per strada, specie con il secondo poiché vivevo in centro a Milano. Per quanto riguarda il primo beh; vivevo a Rozzano dove il verde si sprecava. Ma non posso giurare che la mia condotta nei confronti di chi non voleva saperne dei miei molossi, fosse ineccepibile. A dire il vero, ho sempre visto male chi non li amava, cioè li reputavo degli esseri senza cuore e privi di bontà. Per questo motivo mi arrogavo dei diritti che non mi spettavano, come per esempio: lasciare libertà totale nel vagare per i parchi ai miei cagnoni. Ma non è giusto.
Potevo mettere la mano sul fuoco per quel che riguardava l'incolumità verso gli altri, dato che i miei cani erano davvero docili e mansueti, però potevano involontariamente provocare dei danni a cose e persone, e questo era impensabile per me allora, anche se estremamente possibile.
Forse la questione generale verte proprio su questo fattore, ossia, che i padroni dei cani li pareggiano alla stregua dei figli, per cui sono affidabili al cento per cento, quindi non possono essere costretti al guinzaglio o alla museruola nei luoghi affollati; possono sporcare perché non si può fare diversamente; possono andare negli spazi dei bimbi, perché in fin dei conti anche i cani sono dei bambini. Però a fronte di tutto questo, non si può prendere troppo da loro perché sono animali.
Ehi, ehi, c'è qualcosa che non va. Così non si può andare avanti.
In Italia abbiamo la cattiva abitudine di fregarcene delle regole, a maggior ragione, se queste limitano la libertà di esseri viventi a cui siamo affezionati e che si possono considerare dei membri di famiglia.
Io adoro gli animali però se ci fosse più educazione da parte di chi li possiede, li apprezzerei ancor di più. Loro non hanno colpe, povere bestie; però se vengono considerati come dei figli, allora vanno educati e limitati esattamente come i figli carnali, sennò non ci sarà mai spazio per una sana convivenza insieme. Pensateci.
martedì 5 aprile 2016
RAPIDO CAMBIO D'ABITO...
"...Per recitare ancora, lucido una moneta, esprimo un desiderio..."
Questa è l'inizio di una canzone dei Mamushka, la mia prima band, ma mai eseguita dal vivo e pochissime volte in sala prove. Si intitolava "Urlo di Coscienza" il motivo per il quale non l'abbiamo suonata era per uno stile che non ci apparteneva poi molto, però il testo mi piaceva e fu scritto da un amico della band.
Prendo in considerazione la strofa di questa vecchia canzone, per parlare di ciò che anni fa mi fece cambiare tipologia d'abbigliamento, per cui il titolo del post calza a pennello.
Durante tutte le medie fino alla prima superiore, ero uno dei pochi che ascoltava il rap (oggi è meglio chiamarlo hip hop perché è più da duri) e di conseguenza seguivo lo stile del ghetto nel vestirmi, ossia: largo, molto molto largo. Ogni cosa che compravo erano di almeno tre/quattro taglie più grandi, sia pantaloni che felpe, posso dire di aver navigato per anni dentro gli indumenti, e cosa non da poco, li ho tenuti per tutta la mia crescita, essendo appunto, grandi quanto un adulto.
Dopo questa presa di posizione per distinguermi dalla massa, dalla voglia di essere un individuo che andava contro corrente, anticipando di quasi vent'anni la moda odierna, poiché il rap in Italia era agli albori, un giorno così all'improvviso decisi di cambiare.
Ero a Napoli quando sentì che era giunto il momento di rinnovarmi, di abbandonare il mio vecchio stile per trovarne uno nuovo tutto mio. Sì perché un po' mi stufò essere considerato quello che si vestiva come un pistola, a cui cadevano i pantaloni e navigava dentro le felpe e cosa non da poco, ritornai al primo grande amore: il rock. Da lì a poco cominciai a suonare la batteria, ma l'abbigliamento non era adatto, quindi nel capoluogo partenopeo avvenne la mia trasformazione.
Quando mi recavo a Napoli, oltre a far visita ad un milione di parenti, ero solito andare in giro per negozi e fu allora che dissi a me stesso che era giunto il momento di lasciare i vecchi panni per metterne dei nuovi. Così per la prima volta dopo anni comprai dei jeans della mia taglia, una camicia e delle scarpe serie. Detta così sembra che mi fossi trasformato in un tizio qualunque, certo indossavo degli abiti più umani, ma sempre con una certa dose di stilosa eccentricità. Mi ricordo che i pantaloni erano color ghiaccio, la camicia era bianca e nera, per metà a quadretti e metà a righe, le scarpe dei mezzi stivaletti neri e per chiudere in bellezza, un bel paio di bretelle. Ah cavoli, dimenticavo la cosa più importante di tutte: i capelli. C'è stato un tempo in cui la mia testa era ricoperta da una folta chioma che però tenevo a spazzola, tranne per due lunghi ciuffi che mi arrivavano fin sotto il mento, ebbene, tolsi quei ciuffi e fu un vero taglio con il passato. Da lì in poi li avrei fatti crescere tutti. come ogni buon rocker che si rispetti, arrivandomi fino alle spalle. In poco tempo passai dal ghetto in rima. ai concerti urlati a squarcia gola, una metamorfosi degna di Kafka.
Eh già, storia di vita vissuta.
Questa è l'inizio di una canzone dei Mamushka, la mia prima band, ma mai eseguita dal vivo e pochissime volte in sala prove. Si intitolava "Urlo di Coscienza" il motivo per il quale non l'abbiamo suonata era per uno stile che non ci apparteneva poi molto, però il testo mi piaceva e fu scritto da un amico della band.
Prendo in considerazione la strofa di questa vecchia canzone, per parlare di ciò che anni fa mi fece cambiare tipologia d'abbigliamento, per cui il titolo del post calza a pennello.
Durante tutte le medie fino alla prima superiore, ero uno dei pochi che ascoltava il rap (oggi è meglio chiamarlo hip hop perché è più da duri) e di conseguenza seguivo lo stile del ghetto nel vestirmi, ossia: largo, molto molto largo. Ogni cosa che compravo erano di almeno tre/quattro taglie più grandi, sia pantaloni che felpe, posso dire di aver navigato per anni dentro gli indumenti, e cosa non da poco, li ho tenuti per tutta la mia crescita, essendo appunto, grandi quanto un adulto.
Dopo questa presa di posizione per distinguermi dalla massa, dalla voglia di essere un individuo che andava contro corrente, anticipando di quasi vent'anni la moda odierna, poiché il rap in Italia era agli albori, un giorno così all'improvviso decisi di cambiare.
Ero a Napoli quando sentì che era giunto il momento di rinnovarmi, di abbandonare il mio vecchio stile per trovarne uno nuovo tutto mio. Sì perché un po' mi stufò essere considerato quello che si vestiva come un pistola, a cui cadevano i pantaloni e navigava dentro le felpe e cosa non da poco, ritornai al primo grande amore: il rock. Da lì a poco cominciai a suonare la batteria, ma l'abbigliamento non era adatto, quindi nel capoluogo partenopeo avvenne la mia trasformazione.
Quando mi recavo a Napoli, oltre a far visita ad un milione di parenti, ero solito andare in giro per negozi e fu allora che dissi a me stesso che era giunto il momento di lasciare i vecchi panni per metterne dei nuovi. Così per la prima volta dopo anni comprai dei jeans della mia taglia, una camicia e delle scarpe serie. Detta così sembra che mi fossi trasformato in un tizio qualunque, certo indossavo degli abiti più umani, ma sempre con una certa dose di stilosa eccentricità. Mi ricordo che i pantaloni erano color ghiaccio, la camicia era bianca e nera, per metà a quadretti e metà a righe, le scarpe dei mezzi stivaletti neri e per chiudere in bellezza, un bel paio di bretelle. Ah cavoli, dimenticavo la cosa più importante di tutte: i capelli. C'è stato un tempo in cui la mia testa era ricoperta da una folta chioma che però tenevo a spazzola, tranne per due lunghi ciuffi che mi arrivavano fin sotto il mento, ebbene, tolsi quei ciuffi e fu un vero taglio con il passato. Da lì in poi li avrei fatti crescere tutti. come ogni buon rocker che si rispetti, arrivandomi fino alle spalle. In poco tempo passai dal ghetto in rima. ai concerti urlati a squarcia gola, una metamorfosi degna di Kafka.
Eh già, storia di vita vissuta.
lunedì 4 aprile 2016
NON CHIUDETE DI SCATTO QUELLA PORTA
Da quando sono diventato padre è sorta in me una fobia piuttosto singolare, ossia: la paura delle porte.
Per quanto io abbia cercato il nome scientifico di questa fobia, non l'ho trovata, ce ne sono centinaia come: "Anatidaephobia Paura che un’oca in qualche punto imprecisato ci stia guardando",
ma la paura delle porte non è segnalata. Significa che sono l'unico pazzo che soffre di questa fobia? Non credo proprio. (ma poi dico, la paura dell'oca spiona?!?!)
Comunque, il timore per le porte deriva da un avvenimento capitatomi quand'ero bambino. Mi chiusi le dita della mano destra nella porta d'ingresso della casa di mia nonna, quando questa, si chiuse di scatto a causa di una forte corrente d'aria che la fece sbattere all'improvviso. Il dolore che mi provocò fu impressionante, tanto che ho rischiato di perdere le tre dita più lunghe della mano ed ora, ogni qualvolta sento i miei figli che giocano chiudendosi dietro le porte delle stanze, mi sale un'ansia terribile. E' avvenuto l'anno scorso che mia figlia si chiudesse le dita esattamente nelle modalità appena citata, ovviamente, dopo averla sentita piangere e aver realizzato il motivo per il quale stesse soffrendo di dolore, ho fatto una ramanzina a mio figlio che credo se la ricordi ancora. In effetti non penso sia servita a molto, dato che continua a chiudere le porte come se nulla fosse successo, specialmente quella della loro stanza, che guarda caso è un po' difettosa, e per chiuderla del tutto serve un colpo deciso.
Oltre ai miei figli più grandi, devo tenere conto anche del piccolino che segue a ruota i fratelli gattonando, quando loro si rincorrono per casa, si chiudono le porte per gioco e fanno scattare la maniglia. Il mio primo pensiero è un dito mozzato di netto.
Un momento, non finisce qui. In casa ci sono anche i gatti che stanno sempre attaccati ai piedi e non vedono l'ora di intrufolarsi nelle stanze appena vedono il movimento della porta chiudersi davanti a loro. Per questo motivo cerco di guardami intorno quando necessito un po' di privacy dai felini, anche se il timore rimane qualora siano i miei figli a richiederla, ho sempre paura che qualcuno schiacci inavvertitamente le zampe dei silenziosi quadrupedi, facendoli diventare dei bipedi, o addirittura dei serpenti pelosi a forma di gatto. Per ovviare parzialmente a questo tipo di problema, una manciata di mesi fa, abbiamo fatto mettere una porta scorrevole nel corridoio. Con questo tipo di chiusura è più difficile chiudersi le dita, poiché essendo più lunga la corsa per arrivare allo stipite, si ha il tempo per toglierle prima di ferirsi. Avrei voluto installarle in tutta la casa, ma il dopo l'esborso proibitivo dell'unica porta a scrigno, bisogna educare ogni membro della famiglia ad avere cura nel chiudere e aprire le porte. Certo, l'imprevisto è sempre dietro l'angolo o nella fessura, per questo motivo io vivo nell'ansia.
Ci sono! La soluzione definitiva sarebbe mettere delle tende, che fa tanto frikkettone e con queste non si farebbe male nessuno, Forse ne risentirebbe la privacy, specialmente in bagno ma pur di avere tutte le dita delle mani, si potrebbe anche pensare seriamente.
Per quanto io abbia cercato il nome scientifico di questa fobia, non l'ho trovata, ce ne sono centinaia come: "Anatidaephobia Paura che un’oca in qualche punto imprecisato ci stia guardando",
ma la paura delle porte non è segnalata. Significa che sono l'unico pazzo che soffre di questa fobia? Non credo proprio. (ma poi dico, la paura dell'oca spiona?!?!)
Comunque, il timore per le porte deriva da un avvenimento capitatomi quand'ero bambino. Mi chiusi le dita della mano destra nella porta d'ingresso della casa di mia nonna, quando questa, si chiuse di scatto a causa di una forte corrente d'aria che la fece sbattere all'improvviso. Il dolore che mi provocò fu impressionante, tanto che ho rischiato di perdere le tre dita più lunghe della mano ed ora, ogni qualvolta sento i miei figli che giocano chiudendosi dietro le porte delle stanze, mi sale un'ansia terribile. E' avvenuto l'anno scorso che mia figlia si chiudesse le dita esattamente nelle modalità appena citata, ovviamente, dopo averla sentita piangere e aver realizzato il motivo per il quale stesse soffrendo di dolore, ho fatto una ramanzina a mio figlio che credo se la ricordi ancora. In effetti non penso sia servita a molto, dato che continua a chiudere le porte come se nulla fosse successo, specialmente quella della loro stanza, che guarda caso è un po' difettosa, e per chiuderla del tutto serve un colpo deciso.
Oltre ai miei figli più grandi, devo tenere conto anche del piccolino che segue a ruota i fratelli gattonando, quando loro si rincorrono per casa, si chiudono le porte per gioco e fanno scattare la maniglia. Il mio primo pensiero è un dito mozzato di netto.
Un momento, non finisce qui. In casa ci sono anche i gatti che stanno sempre attaccati ai piedi e non vedono l'ora di intrufolarsi nelle stanze appena vedono il movimento della porta chiudersi davanti a loro. Per questo motivo cerco di guardami intorno quando necessito un po' di privacy dai felini, anche se il timore rimane qualora siano i miei figli a richiederla, ho sempre paura che qualcuno schiacci inavvertitamente le zampe dei silenziosi quadrupedi, facendoli diventare dei bipedi, o addirittura dei serpenti pelosi a forma di gatto. Per ovviare parzialmente a questo tipo di problema, una manciata di mesi fa, abbiamo fatto mettere una porta scorrevole nel corridoio. Con questo tipo di chiusura è più difficile chiudersi le dita, poiché essendo più lunga la corsa per arrivare allo stipite, si ha il tempo per toglierle prima di ferirsi. Avrei voluto installarle in tutta la casa, ma il dopo l'esborso proibitivo dell'unica porta a scrigno, bisogna educare ogni membro della famiglia ad avere cura nel chiudere e aprire le porte. Certo, l'imprevisto è sempre dietro l'angolo o nella fessura, per questo motivo io vivo nell'ansia.
Ci sono! La soluzione definitiva sarebbe mettere delle tende, che fa tanto frikkettone e con queste non si farebbe male nessuno, Forse ne risentirebbe la privacy, specialmente in bagno ma pur di avere tutte le dita delle mani, si potrebbe anche pensare seriamente.
sabato 2 aprile 2016
IL GRANDE PRATO DEL SEMPIONE
C'è stato un tempo in cui tutti i giovani di Milano si radunavano al Parco Sempione di sabato pomeriggio, tra quelli c'ero anch'io. E' stato il periodo delle compagnie enormi, dei teli nello zaino, degli assalti al pizzettaro di Cadorna e di chili di hashish e marijuana consumata allegramente nel corso di un solo pomeriggio. Sono più che certo di ritrovare lo stessa tipologia d'utenza anche ora, però la differenza tra le due "epoche" è lo stato in cui si trova il parco allora rispetto ad oggi, ebbene, quando lo frequentavo io sembrava il MacArthur Park di Los Angeles o il Central Park di New York nelle ore peggiori, cioè: un degrado micidiale.
Il piccolo polmone verde milanese ha avuto il suo picco d'incuria proprio quando lo frequentavo assiduamente io, sia chiaro che non ho mai contribuito al suo stato di abbandono. Ho ripensato a quanto sporco e mal frequentato fosse a quei tempi, settimana scorsa nel momento in cui sono andato lì con i miei figli, trovandolo decisamente migliorato, ma già da un bel po'.
In quegli anni c'erano decine e decine di pusher che si aggiravano indisturbati per smazzare le sostanze dopanti, mentre borseggiavano i ragazzotti stupidi e strafatti con il loro karate marocchino. A tal proposito mi ricordo di una scena abominevole compiuta davanti ai miei occhi e quelli dei miei amici. Un giorno in cui bigiammo la scuola, ci recammo come d'abitudine in Sempione per bruciarci i pochi neuroni rimasti, al che, scattò una partitella di pallone tra pusher e fattoni. Ad un certo punto la palla finì dentro al laghetto più inquinato del mondo, roba da far ribrezzo anche vecchio sito "gore" o giù di lì, il Rotten. Arrivò un tizio baldanzoso che si gettò in acqua, dopo essersi spogliato di alcuni indumenti e con quattro bracciate riprese la palla birichina. Allo scroscio delle acque putride, si levò un boato di sdegno da parte di tutto il parco, che come dicevo, non era frequentato di certo dalla noblesse milanese. Il tizio tornato sulla sponda fangosa, si diede due scrollate, si rivestì e tornò a giocare come se nulla fosse. Mamma mia che schifo!
La colonna sonora del parco era uno continuo, fastidioso e scoordinato rumore di bongos, suonato male dagli alternativi più convinti (esattamente come canta Elio in "Parco Sempione") questo rumore faceva da tappeto tribale in quella giungla chiamato parco, anche se poi il luogo da dove proveniva quella specie di suono. erano gli spalti adiacenti al campo da basket.
Le zone preferite dai miei amici sono state sul prato dirimpetto l'arco della pace, alla destra dell'entrata di Lanza e sotto la torre accanto all'Old Fashion. Negli anni ho girato diverse zone e per ognuna di queste ho conosciuto la gente che la frequentava, che non si discostava molto da quelle accanto, per dirla in poche parole, chi frequentava il parco era l'alternativo a cui piaceva passare delle ore spensierate all'aria aperta, c'è da aggiungere però una cosa, il milanese alternativo non disdegnava però l'aperitivo nelle vie del centro, almeno era così per me quando mi aggregavo alla compagnia che preferiva qualcosa di chic piuttosto che i soliti locali di Ticinese, al contrario, quando invece mi ritrovavo con quelli più convinti era chiaro che finissi in qualche zona meno "pettinata". Qualsiasi fosse la zona dove si concludeva la giornata, tutto partiva dal nostro caro amico parco, cioè, come veniva chiamato il Sempione.
Questo che scrivo di seguito è il testo di una canzone che si cantava all'epoca, insieme al grido di "Valerio!!!" e faceva così:
Il piccolo polmone verde milanese ha avuto il suo picco d'incuria proprio quando lo frequentavo assiduamente io, sia chiaro che non ho mai contribuito al suo stato di abbandono. Ho ripensato a quanto sporco e mal frequentato fosse a quei tempi, settimana scorsa nel momento in cui sono andato lì con i miei figli, trovandolo decisamente migliorato, ma già da un bel po'.
In quegli anni c'erano decine e decine di pusher che si aggiravano indisturbati per smazzare le sostanze dopanti, mentre borseggiavano i ragazzotti stupidi e strafatti con il loro karate marocchino. A tal proposito mi ricordo di una scena abominevole compiuta davanti ai miei occhi e quelli dei miei amici. Un giorno in cui bigiammo la scuola, ci recammo come d'abitudine in Sempione per bruciarci i pochi neuroni rimasti, al che, scattò una partitella di pallone tra pusher e fattoni. Ad un certo punto la palla finì dentro al laghetto più inquinato del mondo, roba da far ribrezzo anche vecchio sito "gore" o giù di lì, il Rotten. Arrivò un tizio baldanzoso che si gettò in acqua, dopo essersi spogliato di alcuni indumenti e con quattro bracciate riprese la palla birichina. Allo scroscio delle acque putride, si levò un boato di sdegno da parte di tutto il parco, che come dicevo, non era frequentato di certo dalla noblesse milanese. Il tizio tornato sulla sponda fangosa, si diede due scrollate, si rivestì e tornò a giocare come se nulla fosse. Mamma mia che schifo!
La colonna sonora del parco era uno continuo, fastidioso e scoordinato rumore di bongos, suonato male dagli alternativi più convinti (esattamente come canta Elio in "Parco Sempione") questo rumore faceva da tappeto tribale in quella giungla chiamato parco, anche se poi il luogo da dove proveniva quella specie di suono. erano gli spalti adiacenti al campo da basket.
Le zone preferite dai miei amici sono state sul prato dirimpetto l'arco della pace, alla destra dell'entrata di Lanza e sotto la torre accanto all'Old Fashion. Negli anni ho girato diverse zone e per ognuna di queste ho conosciuto la gente che la frequentava, che non si discostava molto da quelle accanto, per dirla in poche parole, chi frequentava il parco era l'alternativo a cui piaceva passare delle ore spensierate all'aria aperta, c'è da aggiungere però una cosa, il milanese alternativo non disdegnava però l'aperitivo nelle vie del centro, almeno era così per me quando mi aggregavo alla compagnia che preferiva qualcosa di chic piuttosto che i soliti locali di Ticinese, al contrario, quando invece mi ritrovavo con quelli più convinti era chiaro che finissi in qualche zona meno "pettinata". Qualsiasi fosse la zona dove si concludeva la giornata, tutto partiva dal nostro caro amico parco, cioè, come veniva chiamato il Sempione.
Questo che scrivo di seguito è il testo di una canzone che si cantava all'epoca, insieme al grido di "Valerio!!!" e faceva così:
"C'è un grande prato verde
dove cresce un'erba strana
che si chiama Marijuana
questo è il grande prato del Sempione."
venerdì 1 aprile 2016
NATO SOTTO IL SEGNO DI RYOGA HIBIKI
Oggi ero in giro con mia moglie e chiacchierando del più e del meno, è spuntato fuori quel mio piccolo problema di orientamento di cui soffro da quando ho iniziato a muovermi da solo. Io l'ho sempre sottovalutato, dando la colpa alla mia distrazione e reputandolo un problemuccio da niente, ovvero una specie di bazzecola, una cosa di cui non dovrei preoccuparmi sul serio. Però dal momento in cui abbiamo notato che anche il nostro secondo figlio "soffre" dello stesso disturbo, abbiamo ragionato sulla questione in maniera più ravvicinata, cercando di correre ai ripari prima che si tramuti in una vera patologia, forse prima che diventi come me.
Avrei diversi aneddoti sulla mia incapacità di orientamento, molti di questi sono divertenti a parer mio, però se mi fermo a ragionare vedo che la cosa non è poi così simpatica, perché a volte mi sento intrappolato dentro ad uno spazio talmente vasto, per cui non so mai quale strada intraprendere per venire fuori degnamente.
Quando sono in giro la città mi appare sempre nuova e sconosciuta, come se fossi un turista straniero, mi stupisco spesso delle novità che posso trovare ad ogni angolo e mi sento a mio agio in universo di sorprese, però in certe occasioni mi arrabbio come una iena quando non riesco a trovare una strada percorsa decine di volte e più mi agito nel ricordarla, più il mio cervello si chiude, rifiutando di ragionare correttamente e fare il proprio dovere. In queste situazioni maledico la mia testa bacata ed entro nel panico più assoluto, il che comporta l'inesorabile allontanamento dalla meta.
Evito di prendere l'auto proprio perché si amplificano i momenti in cui queste incognite mi sovrastano e i tempi di ragionamento si riducono, vado in confusione e sbaglio strada; mi sento come dentro ad un labirinto.
Un paio di anni fa, mi sono messo alla prova cercando di uscire dal labirinto di siepi situato al parco della preistoria di Rivolta d'Adda. Ero con i miei due figli e menomale che c'era la maggiore con noi, sennò a quest'ora eravamo ancora lì che cercavamo una via di fuga. A dire il vero ci provai già una volta durante la gita di fine anno di quarta o terza elementare, inutile dire che ci misi così tanto tempo che a stento ritrovai la mia classe.
Uno dei casi più clamorosi riguarda il mio smarrimento dentro l'aeroporto di Malpensa.
Tutto ebbe inizio con la partenza della mia ex ragazza giapponese, che portai lì per farla ritornare a casa. Ci recammo alle partenze con largo anticipo e ad un certo punto mi ricordai della tariffa oraria del parcheggio. Le dissi di aspettarmi lì un paio di minuti, il tempo necessario per pagare e sarei tornato; tanto di tempo ne avevamo in abbondanza. Mi lasciai lei alle spalle e di fronte mi piombò addosso un punto interrogativo grande quanto la pista d'atterraggio; dove avevo parcheggiato la macchina?
Girai ovunque, presi corridoi, aprii porte, scesi e salii di continuo scale mobili a non finire, mi montò su un'ansia pazzesca e nel frattempo macinai minuti preziosi, sia per evitare di prendere la multa, sia per salutare lei che da lì a poco sarebbe salita sull'aereo. Realizzato quanto tempo stavo sprecando piombai in una spirale infinita senza via di scampo. Cominciai a correre e questa folle corsa mi fece arrivare davanti alla polizia di frontiera, con tanto di cani pronti ad abbaiarmi contro. Non trovavo l'uscita, come se l'avessero nascosta e messa un punto sconosciuto nel mondo. Improvvisamente apparvero delle porte scorrevoli che conducevano all'esterno, mi fiondai a perdi fiato e inavvertitamente urtai una delle due porte che si separò dal binario di scorrimento, facendo scattare l'allarme. Scappai fuori ma non era il parcheggio. Rientrai dalla stessa porta rotta e fuggi a gambe levate. Sudavo come un matto e per darmi energia utile, mangiai manciate di M&M's sporcandomi la bocca di mille colori. Poi trovai l'uscita giusta ma non ancora la mia auto. Iniziai una ricerca forsennata e finalmente riuscii a pagare quel dannato parcheggio. Ero sudato fradicio, stanco morto e dipinto in faccia con i colori dei cioccolattini colorati. Per arrivare a pagare una sosta ulteriore nel parcheggio di Malpensa impiegai più di un'ora; troppo tempo, davvero troppo, troppo tempo. Ripartii con la forza della disperazione e attraversai le porte scorrevoli, sperando di fare in tempo a salutare colei che era prossima alla partenza. Si aprirono le porte e me la ritrovai davanti in lacrime. Appena mi vide mi insultò in giapponese e poi anche in italiano, mi ne disse così tante che non ci credevo. Ma la cosa più sconcertante di tutte, era che avevo parcheggiato l'auto a venti metri dall'unica porta dalla quale eravamo entrati e poi seduti sull'unica panchina posta a pochi passi dalla stramaledetta uscita. Se avessi usato il cervello il pagamento l'avrei compiuto in tre minuti netti, se avessi dovuto nel mentre, allacciarmi le scarpe, comprare un panino e contare quanti aerei partivano o atterravano, in effetti la questione l'avrei risolta in un minuto, invece ci impiegai più di un'ora!
Di peripezie topografiche ne avrei davvero un'infinità ma per amor proprio le tengo per me.
Cercherò per quanto possibile di evitare a mio figlio, la stessa piaga che da più di trent'anni mi affligge. Ci faremo aiutare da uno specialista se serve, ma prima di tutto, chiederò se è possibile un rimedio anche per il sottoscritto, poiché a volte il mio disturbo, mi deprime.
E' ovvio che ci andrò con mia moglie, perché sennò, come faccio a trovare la strada?
Per chi non conoscesse il personaggio qui sopra, suggerisco di leggere Ranma 1/2 e capirete tante cose...
Avrei diversi aneddoti sulla mia incapacità di orientamento, molti di questi sono divertenti a parer mio, però se mi fermo a ragionare vedo che la cosa non è poi così simpatica, perché a volte mi sento intrappolato dentro ad uno spazio talmente vasto, per cui non so mai quale strada intraprendere per venire fuori degnamente.
Quando sono in giro la città mi appare sempre nuova e sconosciuta, come se fossi un turista straniero, mi stupisco spesso delle novità che posso trovare ad ogni angolo e mi sento a mio agio in universo di sorprese, però in certe occasioni mi arrabbio come una iena quando non riesco a trovare una strada percorsa decine di volte e più mi agito nel ricordarla, più il mio cervello si chiude, rifiutando di ragionare correttamente e fare il proprio dovere. In queste situazioni maledico la mia testa bacata ed entro nel panico più assoluto, il che comporta l'inesorabile allontanamento dalla meta.
Evito di prendere l'auto proprio perché si amplificano i momenti in cui queste incognite mi sovrastano e i tempi di ragionamento si riducono, vado in confusione e sbaglio strada; mi sento come dentro ad un labirinto.
Un paio di anni fa, mi sono messo alla prova cercando di uscire dal labirinto di siepi situato al parco della preistoria di Rivolta d'Adda. Ero con i miei due figli e menomale che c'era la maggiore con noi, sennò a quest'ora eravamo ancora lì che cercavamo una via di fuga. A dire il vero ci provai già una volta durante la gita di fine anno di quarta o terza elementare, inutile dire che ci misi così tanto tempo che a stento ritrovai la mia classe.
Uno dei casi più clamorosi riguarda il mio smarrimento dentro l'aeroporto di Malpensa.
Tutto ebbe inizio con la partenza della mia ex ragazza giapponese, che portai lì per farla ritornare a casa. Ci recammo alle partenze con largo anticipo e ad un certo punto mi ricordai della tariffa oraria del parcheggio. Le dissi di aspettarmi lì un paio di minuti, il tempo necessario per pagare e sarei tornato; tanto di tempo ne avevamo in abbondanza. Mi lasciai lei alle spalle e di fronte mi piombò addosso un punto interrogativo grande quanto la pista d'atterraggio; dove avevo parcheggiato la macchina?
Girai ovunque, presi corridoi, aprii porte, scesi e salii di continuo scale mobili a non finire, mi montò su un'ansia pazzesca e nel frattempo macinai minuti preziosi, sia per evitare di prendere la multa, sia per salutare lei che da lì a poco sarebbe salita sull'aereo. Realizzato quanto tempo stavo sprecando piombai in una spirale infinita senza via di scampo. Cominciai a correre e questa folle corsa mi fece arrivare davanti alla polizia di frontiera, con tanto di cani pronti ad abbaiarmi contro. Non trovavo l'uscita, come se l'avessero nascosta e messa un punto sconosciuto nel mondo. Improvvisamente apparvero delle porte scorrevoli che conducevano all'esterno, mi fiondai a perdi fiato e inavvertitamente urtai una delle due porte che si separò dal binario di scorrimento, facendo scattare l'allarme. Scappai fuori ma non era il parcheggio. Rientrai dalla stessa porta rotta e fuggi a gambe levate. Sudavo come un matto e per darmi energia utile, mangiai manciate di M&M's sporcandomi la bocca di mille colori. Poi trovai l'uscita giusta ma non ancora la mia auto. Iniziai una ricerca forsennata e finalmente riuscii a pagare quel dannato parcheggio. Ero sudato fradicio, stanco morto e dipinto in faccia con i colori dei cioccolattini colorati. Per arrivare a pagare una sosta ulteriore nel parcheggio di Malpensa impiegai più di un'ora; troppo tempo, davvero troppo, troppo tempo. Ripartii con la forza della disperazione e attraversai le porte scorrevoli, sperando di fare in tempo a salutare colei che era prossima alla partenza. Si aprirono le porte e me la ritrovai davanti in lacrime. Appena mi vide mi insultò in giapponese e poi anche in italiano, mi ne disse così tante che non ci credevo. Ma la cosa più sconcertante di tutte, era che avevo parcheggiato l'auto a venti metri dall'unica porta dalla quale eravamo entrati e poi seduti sull'unica panchina posta a pochi passi dalla stramaledetta uscita. Se avessi usato il cervello il pagamento l'avrei compiuto in tre minuti netti, se avessi dovuto nel mentre, allacciarmi le scarpe, comprare un panino e contare quanti aerei partivano o atterravano, in effetti la questione l'avrei risolta in un minuto, invece ci impiegai più di un'ora!
Di peripezie topografiche ne avrei davvero un'infinità ma per amor proprio le tengo per me.
Cercherò per quanto possibile di evitare a mio figlio, la stessa piaga che da più di trent'anni mi affligge. Ci faremo aiutare da uno specialista se serve, ma prima di tutto, chiederò se è possibile un rimedio anche per il sottoscritto, poiché a volte il mio disturbo, mi deprime.
E' ovvio che ci andrò con mia moglie, perché sennò, come faccio a trovare la strada?
Per chi non conoscesse il personaggio qui sopra, suggerisco di leggere Ranma 1/2 e capirete tante cose...
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