In un'epoca di grandi disordini sociali, di atti terroristici internazionali e di criminalità all'ordine del giorno, ci vorrebbe un personaggio che possa condurci verso la direzione giusta. Avremmo bisogno di un salvatore, di un eroe, di un condottiero che possa vendicare i soprusi dei più deboli e rimetta in piedi una società fatta di persone giuste e corrette. Abbiamo bisogno di un personaggio come Kenshiro!
Non siamo in un'era post-apocalittica nucleare, ma poco ci manca. Siamo allo sfascio però, come dire alla deriva, pur essendo in un'epoca di enormi progressi tecnologici, a guidare l'animo umano è l'istinto di supremazia verso gli altri e la brutalità primordiale, quella che veniva usata nelle ere antiche, addirittura preistoriche, per cui l'avanzamento cerebrale si è arrestato di parecchio.
Ci sono stati dei personaggi storici che hanno avuto le caratteristiche sopracitate, mi vengono in mente Robespierre, Garibaldi che venivano alimentati da ideali di libertà e di unione, Alessandro Magno, Gengis Khan, piuttosto che Attila, Napoleone, ok forse questi avevano delle mire espansionistiche differenti da quelli che servirebbero ora a noi, di certo non erano come Kenshiro che combatteva per la liberazione del mondo, anzi, lo volevano tutto per sé.
Questo per dire, che delle grandi personalità hanno raggiunto dei traguardi inimmaginabili ed è proprio quello che manca a noi purtroppo, ossia, un personaggio che sappia condurci verso una società migliore.
Comunque sia, ognuno delle personalità di spicco a cui fa riferimento la storia per le loro gesta, si deve anche ricordare il rovescio della medaglia, cioè che con la morte di costoro o addirittura in corso d'opera durante le rivoluzioni attuate, gli avvenimenti e specialmente l'ideologia subì un drastico cambiamento; il che significa che gira e rigira anche l'eroe senza macchia e senza paura, alla fine si dimostra per quello che è.
Ma se venisse Kenshiro, non si farebbe inquinare l'anima dal potere ne sono certo.
sabato 30 luglio 2016
giovedì 28 luglio 2016
PIZZA ALLA CAFFEINA
Dopo aver trascorso tutto il giorno a Pavia per una gita familiare, torniamo a casa per l'ora di cena; docce e relax di una mezz'oretta, spunta il quesito di cosa mangiare. Si vota per la pizza: un plebiscito.
Sento dire spesso che la pizza non stanca mai, forse s'intende che non concilia il sonno. Parole sante!
Ho mangiato la mia pizza intorno alle 21.00 e per tutta la notte non ho fatto altro che bere e rigirarmi nel letto, che dramma.
Prima di tentare di dormire abbiamo visto due film, poi ho dato uno sguardo alle notizie di oggi (mai qualcosa di bello) ho letto due capitoli del libro di queste settimane e ho sentito di aver finalmente trovato la stanchezza giusta per chiudere gli occhi. Niente da fare.
Mi sono alzato quattro volte per bere ed ogni volta che ho introdotto dei liquidi, li ho espulsi con quel dannato sudore notturno e, nonostante sia venuto giù il diluvio che ha rinfrescato un po' l'aria, ho comunque il ventilatore puntato ed il calore non mi dà tregua.
Perciò mi alzo, bevo ancora e mi rimetto a leggere, ho ancora sete, cerco quell'acqua bella fresca e gassata ma sono arrivato in fondo alla bottiglia; capita sempre così quando ho l'arsura l'acqua scarseggia sempre; sarà la legge di Murphy, forse in questo caso è la maledizione di Babbo Natale (la pizzeria si chiama così)
Sono qui che alle 5.00 del mattino non ho ancora trovato pace.
Che diavolo mi hanno messo dentro a quella pizza, la taurina?
La cosa peggiore è che oggi avrò una notte da passare in turno a lavoro e sarò completamente rimbambito, più del solito; che sventura.
Ho capito che dopo una pizza ci vuole dell'alka seltzer, magari 10 litri di acqua gassata, o in alternativa un potente sedativo.
martedì 26 luglio 2016
lunedì 25 luglio 2016
BORN TO BE ROCKER
Oggi stavo leggendo alcuni articoli su Rollingstone Magazine, e tra un'intervista di qua e una pagina di là, riflettevo fu un fattore determinante per chi vuole essere un musicista: bisogna dare anima e corpo per riuscirci. Ebbene questo non vuol dire solamente stare a provare per ore e ore in casa o in studio, piuttosto che in una scuola rinomata ad apprendere le nozioni di tecnica e teoria musicale, certo sono essenziali, vitali direi, ma non per i musicisti rock. Mi spiego:
il musicista classico deve conoscere la musica alla perfezione e solo allora credo, possa mettere anche la sua parte nelle esecuzioni per definire la carriera futura. Prima di partire per essere un musicista famoso, ha lunghi anni di studio alle spalle.
Mentre il rocker deve conoscere almeno la musica come materia; certo, però quello che lo distingue da tanti altri musicisti, è la vita che sacrifica in nome di quello che suona, quanto è disposto a mettere in gioco per emergere, e cosa fondamentale, deve essere incline all'autolesionismo.
Tutti i grandi nomi del rock, non partono dalla sala prove o dal garage di casa, per poi arrivare in vetta alle classifiche, no, cioè anche, ma deve avere una personalità che arriva prima della musica stessa, deve potersi mantenere suonando e vivere esperienze assurde, solo allora potrà dirsi davvero un musicista rock.
Sembra banale un discorso del genere, come dire: la solita storia del fuoco dentro... ma è così non ci sono modi differenti per spiegarlo. I mostri sacri del rock si sono drogati, hanno vissuto ai margini della società, sono stati considerati dei reietti, dei nullafacenti ed è così che si mettono le basi per una vita all'estremo. Il successo, la fama, i soldi, le droghe, gli eccessi, sono tutte cose che sono arrivate dopo, ma prima nel loro piccolo hanno già avuto esperienze simili, certo ridimensionate, ma non molto lontane da quelle che poi hanno vissuto con la celebrità.
Negli Stati Uniti forse c'è la possibilità di mantenersi suonando in giro per gli States, si viene pagati poco, ci si arrangia con delle piccole etichette e grazie a questo, si riesce ad accumulare un bagaglio di esperienze tali, da cambiare il corso del destino. E' una società malata e i dissidenti si trovano per forza di cose a maturare un senso molto critico, anche rifugiandosi nell'alcol e nella droga per sfuggire alle oppressioni di una società che pensa solo al profitto.
In Italia il malessere avvertito dai rocker è meno forte, perché la nostra società non ha grandi conflitti interni, non ci sono enormi disparità sociali, c'è poca multiculturalità e differenze (rispetto agli U.S.A.) per cui anche le manifestazioni di dissenso sono più pacate.
Sono dell'idea che un rocker, prima di essere un musicista è un individuo antisociale, il che significa anche zero regole, nessuna responsabilità nei confronti di nessuno, neppure di se stessi. Quindi se non si riesce ad esprimere con la musica questo sentimento di rivalsa e vendetta sociale, non si diventerà mai una rock star. Forse è per questo che da noi vanno così tanto di moda i Talent Show.
il musicista classico deve conoscere la musica alla perfezione e solo allora credo, possa mettere anche la sua parte nelle esecuzioni per definire la carriera futura. Prima di partire per essere un musicista famoso, ha lunghi anni di studio alle spalle.
Mentre il rocker deve conoscere almeno la musica come materia; certo, però quello che lo distingue da tanti altri musicisti, è la vita che sacrifica in nome di quello che suona, quanto è disposto a mettere in gioco per emergere, e cosa fondamentale, deve essere incline all'autolesionismo.
Tutti i grandi nomi del rock, non partono dalla sala prove o dal garage di casa, per poi arrivare in vetta alle classifiche, no, cioè anche, ma deve avere una personalità che arriva prima della musica stessa, deve potersi mantenere suonando e vivere esperienze assurde, solo allora potrà dirsi davvero un musicista rock.
Sembra banale un discorso del genere, come dire: la solita storia del fuoco dentro... ma è così non ci sono modi differenti per spiegarlo. I mostri sacri del rock si sono drogati, hanno vissuto ai margini della società, sono stati considerati dei reietti, dei nullafacenti ed è così che si mettono le basi per una vita all'estremo. Il successo, la fama, i soldi, le droghe, gli eccessi, sono tutte cose che sono arrivate dopo, ma prima nel loro piccolo hanno già avuto esperienze simili, certo ridimensionate, ma non molto lontane da quelle che poi hanno vissuto con la celebrità.
Negli Stati Uniti forse c'è la possibilità di mantenersi suonando in giro per gli States, si viene pagati poco, ci si arrangia con delle piccole etichette e grazie a questo, si riesce ad accumulare un bagaglio di esperienze tali, da cambiare il corso del destino. E' una società malata e i dissidenti si trovano per forza di cose a maturare un senso molto critico, anche rifugiandosi nell'alcol e nella droga per sfuggire alle oppressioni di una società che pensa solo al profitto.
In Italia il malessere avvertito dai rocker è meno forte, perché la nostra società non ha grandi conflitti interni, non ci sono enormi disparità sociali, c'è poca multiculturalità e differenze (rispetto agli U.S.A.) per cui anche le manifestazioni di dissenso sono più pacate.
Sono dell'idea che un rocker, prima di essere un musicista è un individuo antisociale, il che significa anche zero regole, nessuna responsabilità nei confronti di nessuno, neppure di se stessi. Quindi se non si riesce ad esprimere con la musica questo sentimento di rivalsa e vendetta sociale, non si diventerà mai una rock star. Forse è per questo che da noi vanno così tanto di moda i Talent Show.
sabato 23 luglio 2016
A COME ANSIA, P COME PREOCCUPAZIONE
Molto spesso quando leggo le notizie sul web, precipito in un profondo sconforto perché mi rendo conto di vivere in un mondo di pazzi. Oltre a tutte quegli avvenimenti legati al terrorismo internazionale, bisogna fare i conti anche con la cronaca di casa nostra e più nello specifico quella milanese.
L'ho scritto, controfirmato e ribadito più e più volte, quel concetto che mi sta tanto a cuore, o meglio, che mi fa morire di ansia quando penso che fra qualche anno i miei figli saranno chiamati ad interagire con la collettività e tutto ciò che esso comporta.
Idealmente ogni genitore vorrebbe proteggere i propri figli fino ad un'eta considerata senile, ma bisogna dare modo anche a loro di vivere le loro esperienze con tutti i rischi che si possono trovare "nel cammin di nostra vita" però è un lavoraccio.
I ragazzi non si dannano l'anima per i possibili pericoli a cui vanno incontro se frequentano una certa zona della città o se si trovano davanti a dei brutti ceffi, la loro priorità è divertirsi, esattamente come lo è stato per me e per tutti coloro che crescendo hanno messo su famiglia. Essere giovani significa divertirsi, non c'è storia.
Purtroppo però, il concetto di divertimento è molto soggettivo, c'è chi considera divertente ammazzare di botte un povero cristo o stuprare delle giovani donne; ecco io di questo ho una paura gigantesca.
Non è che le cose me le invento, sono all'ordine del giorno fatti spiacevoli come questi, e se permettete, vorrei che i miei figli stessero ben alla larga da queste cose orribili. Però se seguiamo la logica de: siamo tutti possibili vittime, io rimarrò in ansia per il resto della mia vita.
Qual è la soluzione in questi casi?
Bisogna fa resuscitare Bruce Lee e farsi dare lezioni di Kung-fu? (Sì, ok si potrebbe seguire qualsiasi corso di arti marziali, ma vuoi mettere "L'urlo di Chen")
Si devono seguire i figli quando escono di casa? (Sarebbe una mancanza di fiducia)
Compragli una pistola? (Sicuramente negli Stati Uniti fanno così e si sa fino a che punto si spingono)
Tenerli sotto chiave finché non si sposano? (Ma come faranno a sposarsi se non escono mai di casa?)
Trasferirsi in una zona più sicura?
Ecco. su questo mia moglie ed io abbiamo riflettuto a lungo.
Se l'intento è cambiare zona, cioè rilegarci in un comune limitrofe a Milano, allora è meglio di no, perché quando cresceranno i nostri bambini, vorranno andare sicuramente a Milano e la cosa non cambierebbe proprio per niente, anzi, crescendo in una zona lontana (vedi post si Bereguardo) non avrebbero la possibilità di conoscere la città che li ospita per quella sera, di conseguenza, non saprebbero cavarsela nelle zone che conoscono a malapena.
Ma se il trasferimento fosse in una zona completamente diversa da quella di Milano ed il suo hinterland, allora la cosa cambia un po', cioè, sarebbe una cosa rivoluzionaria e magari potrebbe pure funzionare. Chi lo sa.
Il nocciolo della questione è:
come bisogna affrontare i pericoli delle città? Cosa è giusto insegnarli per cercare a tutti i costi di evitare di finire in brutte situazioni?
Come si può vivere senza ansia e senza preoccupazioni?
Io ci sto ancora pensando...
venerdì 22 luglio 2016
COL FISCHIO O SENZA?
Mi ricordo perfettamente il giorno in cui imparai a fischiare, mi stavo recando alla lezione di boxe a Rozzano, nella palestra che veniva chiamata da noialtri "La Tana Delle Tigri". Dopo aver preso delle lezioni da mio fratello sul metodo del fischio semplice, riuscì finalmente ad emettere il mio primo fischio, proprio davanti all'Alimentari Rozzanese. L'anno risaliva a quello della terza media.
Da quando imparai a fischiare non smisi più, anzi, potei cimentarmi nel famoso fischiettio delle canzoni che mi passavano per la testa, senza dover inventare parole a caso pur di non perdere il ritmo, inoltre, riuscì a riprodurre tutte quelle che all'interno della strofa o del ritornello avevano un fischio; non è che ce ne siano poi molte, forse le più famose sono: The Wind Of Change degli Scorpions, Steam degli East-17, Teenage Sensation degli Credit To The Nation e la nostrana Vivere di Vasco Rossi.
Ebbene, una volta che avevo imparato a fischiare, non facevo altro che riprodurre i pezzi fischiettati di queste canzoni con mia somma gioia; era da così tanto tempo che volevo imparare a farlo, da averci messo tutta l'anima e il fiato che avevo in corpo, nel corso delle mie esercitazioni.
Mi rendo conto che l'età in cui cono riuscito finalmente a spuntarla si è protratta molto in là con il tempo, ma il risultato alla fine si è dimostrato uguale anche se ci fossi riuscito anni prima, quindi...
Il fischio è un moto di alta soddisfazione personale, non solo mio, ma da tutti coloro che riescono a farlo senza problemi. C'è chi riesce ad emettere un suono dolce e gradevole, chi lancia delle bombe sonore facendole con le dita a cerchio, o a "V", o con un dito solo, addirittura senza dita ma aggrottando la lingua in una maniera particolare da riuscire ad emette un sibilo forte tanto quanto quello emesso grazie alle dita. Ci sono persone che mettono le labbra in maniera stranissima e non si sa come, riescono comunque a fischiare decentemente o addirittura meglio del metodo tradizionale, altri che risucchiano l'aria invece di emetterla (di solito sono i bambini che lo fanno per imparare il meccanismo) e altri ancora che sono dei veri e propri virtuosi del fischio, costoro sono gli anziani.
Qual è il segno distintivo di un anziano virtuoso? Senza qualsiasi ombra di dubbio è il vibrato ad ogni fine fraseggio. Gli anziani ormai padroneggiano da così tanto tempo la capacità di fischiare, che le canzoni assumono delle varianti vibrate, come ad identificare una competenza tale da poter prolungare il suono e addolcirlo in maniera esagerata fino a storpiarlo completamente. Il vibrato è un segno distintivo delle vecchie glorie, perciò quando si sceglie di applicarlo ad una canzoncina fischiettata laddove non ce n'è bisogno, vuol dire che qualcosa in noi sta cambiando, ovvero, si sta invecchiando.
Quando questo avverrà fate pure un fischio.
Da quando imparai a fischiare non smisi più, anzi, potei cimentarmi nel famoso fischiettio delle canzoni che mi passavano per la testa, senza dover inventare parole a caso pur di non perdere il ritmo, inoltre, riuscì a riprodurre tutte quelle che all'interno della strofa o del ritornello avevano un fischio; non è che ce ne siano poi molte, forse le più famose sono: The Wind Of Change degli Scorpions, Steam degli East-17, Teenage Sensation degli Credit To The Nation e la nostrana Vivere di Vasco Rossi.
Ebbene, una volta che avevo imparato a fischiare, non facevo altro che riprodurre i pezzi fischiettati di queste canzoni con mia somma gioia; era da così tanto tempo che volevo imparare a farlo, da averci messo tutta l'anima e il fiato che avevo in corpo, nel corso delle mie esercitazioni.
Mi rendo conto che l'età in cui cono riuscito finalmente a spuntarla si è protratta molto in là con il tempo, ma il risultato alla fine si è dimostrato uguale anche se ci fossi riuscito anni prima, quindi...
Il fischio è un moto di alta soddisfazione personale, non solo mio, ma da tutti coloro che riescono a farlo senza problemi. C'è chi riesce ad emettere un suono dolce e gradevole, chi lancia delle bombe sonore facendole con le dita a cerchio, o a "V", o con un dito solo, addirittura senza dita ma aggrottando la lingua in una maniera particolare da riuscire ad emette un sibilo forte tanto quanto quello emesso grazie alle dita. Ci sono persone che mettono le labbra in maniera stranissima e non si sa come, riescono comunque a fischiare decentemente o addirittura meglio del metodo tradizionale, altri che risucchiano l'aria invece di emetterla (di solito sono i bambini che lo fanno per imparare il meccanismo) e altri ancora che sono dei veri e propri virtuosi del fischio, costoro sono gli anziani.
Qual è il segno distintivo di un anziano virtuoso? Senza qualsiasi ombra di dubbio è il vibrato ad ogni fine fraseggio. Gli anziani ormai padroneggiano da così tanto tempo la capacità di fischiare, che le canzoni assumono delle varianti vibrate, come ad identificare una competenza tale da poter prolungare il suono e addolcirlo in maniera esagerata fino a storpiarlo completamente. Il vibrato è un segno distintivo delle vecchie glorie, perciò quando si sceglie di applicarlo ad una canzoncina fischiettata laddove non ce n'è bisogno, vuol dire che qualcosa in noi sta cambiando, ovvero, si sta invecchiando.
Quando questo avverrà fate pure un fischio.
giovedì 21 luglio 2016
BUON APPETITO
C'era un periodo in cui al lavoro potevo aggiornare il blog, scrivere i miei romanzi e cenare quando l'orario di lavoro coincideva con la cena, da diverso tempo tutto questo è impossibile da compiere per cui resto indietro con il blog, con i romanzi e la cena è sempre fugace o la salto addirittura.
Sul saltare la cena in verità non è poi una cosa così malvagia, nel senso che meno mangio e meglio è, soprattutto perché vedere altre persone che si cibano davanti a me non mi fa proprio piacere, se devo dirla tutta, provo un certo senso di repulsione specialmente se è gente con la quale ho poca confidenza.
A pensarci bene nutrirsi è l'atto primordiale per eccellenza e come tale, i gesti i suoni, le movenze sono molto selvagge, soprattuto se non si seguono certe regole di buona creanza quando si sta a tavola con altre persone. C'è da dire che in pochi stanno attenti a non fare rumori molesti o ad ingozzassi come tacchini mentre sono in compagnia di gente a cui non importa un fico secco di vedere cosa è stato appena introdotto in bocca, o se il pasto è stato digerito a perfezione, eppure, in tanti credono che quando si mangia tutto il resto intorno scompaia e non ci siano doveri nei confronti della comunità. Io questo modo di fare lo detesto con ogni fibra del mio essere.
Ho alcuni colleghi che quando mangiano biascicano come delle mucche ruminanti e personalmente quando li sento, mi sale un senso di schifo tale da farmi passare l'appetito. Ma non c'è verso a costoro non importa o peggio, nemmeno se ne accorgono perché nessuno gli ha insegnato che quando si mangia lo si deve fare in silenzio. Non è finita qui, a fine cena emettono dei bei rutti sonori il che fa capire che la cena è stata ben apprezzata dal barone che ha appena finito di ingollare boli nemmeno fosse un pitone reale. Basta!
Non si deve essere per forza dei seguaci della Cristina Parodi, quando costei illustrava le regole del galateo a fine telegiornale; no, c'è bisogno solo di un po' di attenzione tutto qui.
La cosa riguarda per lo più gli uomini, poiché quando sono in gruppo si sentono legittimati a diventare delle bestie, come ad identificare un certo retaggio naturale di conquista del proprio pasto. Sono passati quindici milioni di anni da quando l'uomo era una scimmia antropomorfa, per cui si può evolvere anche per quel che concerne l'educazione, ma ahimè non è così scontato pensarlo.
Dato che stasera devo tornare a lavoro, nonostante abbia fatto un turno di notte appena terminato, dovrò portarmi da mangiare, ma visto che non so con chi sono in turno, forse mi conviene mangiare prima.
Buon appetito.
Sul saltare la cena in verità non è poi una cosa così malvagia, nel senso che meno mangio e meglio è, soprattutto perché vedere altre persone che si cibano davanti a me non mi fa proprio piacere, se devo dirla tutta, provo un certo senso di repulsione specialmente se è gente con la quale ho poca confidenza.
A pensarci bene nutrirsi è l'atto primordiale per eccellenza e come tale, i gesti i suoni, le movenze sono molto selvagge, soprattuto se non si seguono certe regole di buona creanza quando si sta a tavola con altre persone. C'è da dire che in pochi stanno attenti a non fare rumori molesti o ad ingozzassi come tacchini mentre sono in compagnia di gente a cui non importa un fico secco di vedere cosa è stato appena introdotto in bocca, o se il pasto è stato digerito a perfezione, eppure, in tanti credono che quando si mangia tutto il resto intorno scompaia e non ci siano doveri nei confronti della comunità. Io questo modo di fare lo detesto con ogni fibra del mio essere.
Ho alcuni colleghi che quando mangiano biascicano come delle mucche ruminanti e personalmente quando li sento, mi sale un senso di schifo tale da farmi passare l'appetito. Ma non c'è verso a costoro non importa o peggio, nemmeno se ne accorgono perché nessuno gli ha insegnato che quando si mangia lo si deve fare in silenzio. Non è finita qui, a fine cena emettono dei bei rutti sonori il che fa capire che la cena è stata ben apprezzata dal barone che ha appena finito di ingollare boli nemmeno fosse un pitone reale. Basta!
Non si deve essere per forza dei seguaci della Cristina Parodi, quando costei illustrava le regole del galateo a fine telegiornale; no, c'è bisogno solo di un po' di attenzione tutto qui.
La cosa riguarda per lo più gli uomini, poiché quando sono in gruppo si sentono legittimati a diventare delle bestie, come ad identificare un certo retaggio naturale di conquista del proprio pasto. Sono passati quindici milioni di anni da quando l'uomo era una scimmia antropomorfa, per cui si può evolvere anche per quel che concerne l'educazione, ma ahimè non è così scontato pensarlo.
Dato che stasera devo tornare a lavoro, nonostante abbia fatto un turno di notte appena terminato, dovrò portarmi da mangiare, ma visto che non so con chi sono in turno, forse mi conviene mangiare prima.
Buon appetito.
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