Sono sempre più convinto del fatto che per una donna non sia semplice la vita. Non serve avere una grande sensibilità per capirlo, basta leggere le pagine di cronaca dove si può vedere un elenco, quasi infinito, di donne che hanno subito violenza, purtroppo molte di queste fatali. Negli ultimi tempi si parla di "Femminicidio" è un neologismo che porta dietro una triste realtà ed una condizione avvilente di impotenza e rassegnazione, innegabile. Molte donne questo termine lo aborrano, lo rigettano, lo combattono, ora non sto qui a sindacarne il motivo, comunque sia ciò che accade oggigiorno è deplorevole ed ignobile, anche se in verità, questa situazione drammatica è rimasta immutata nel tempo. La condizione femminile è dagli albori dell'umanità subordinata alla figura dell'uomo. Per cominciare nell'ambito religioso di qualunque credo, come quello cattolico che vuole Eva nata da una costola di Adamo e artefice dell'incitamento ad infrangere il divieto della mela, che tradotto sarebbe così: inferiore, poiché all'essere perfetto maschile (cioè ad immagine e somiglianza del "principale") è stata sacrificata una parte del costato per dare vita ad un altro corpo ma non con la stesse caratteristiche, omettendo per prima la forza fisica. Maligna, per essere riuscita a convincere l'uomo con le sue armi seduttive ad infrangere la regola sacra. Carino no? Quanto alla visione maomettiana della donna, beh penso che si siano spesi un fiume di parole a riguardo, dalle quali sono nate delle vere e proprie battaglie in favore della loro libertà. Gli induisti non sono da meno. Una delle tante loro regole, obbliga la donna a sposare l'uomo che la famiglia ha scelto per lei (cosa che accadeva anche da noi non molto tempo fa) e quando questo muore, è d'obbligo che la moglie si butti nel rogo ancora viva, per seguirlo nell'aldilà. Queste sono degli accenni a ciò che viene riservato alle donne solo nel campo religioso, ed essendo queste delle regole dettate dalla fede, purtroppo si può fare poco per cambiare quello che è stato scritto nelle sacre scritture. Se fosse per me le brucerei tutte, ma non ho con me così tanti fiammiferi. Non voglio infilarmi in un discorso che potrebbe essere frainteso o magari espresso male per una mia ignoranza di base su certi argomenti, ma quello che ritengo di sapere bene è che in tutte le società la donna è una vittima, sia nella religione, che nelle regole di vita sociale, ed è un uomo a dirlo. Non bisogna andare a prendere dei casi limite o catastrofici per rendersi conto della discriminazione sessuale in atto, anche guardare con un occhio un po' più critico ciò che avviene in sfere diverse da quelle sopra descritte, è utile a comprendere la condizione che le donne subiscono oggigiorno. Sul lavoro per esempio, sono pagate di meno, difficilmente raggiungono livelli dirigenziali, vengono fatte loro forti pressioni di rinuncia alla maternità, o posticipata ad età a volte persino rischiose e sono spesso esaminate clinicamente dai colleghi uomini per le loro caratteristiche fisiche, per dirne giusto qualcuna. Il campo dove meglio si prendono in considerazione le vere attitudini delle donne ed il loro cervello, è quello dello spettacolo/moda/televisione, qui si che da essere umano si tramuta per magia, in un oggetto propriamente detto, che possibilmente sia non pensate, esteticamente perfetto, disponibile non solo nei sogni e pronta a tutto per la soddisfazione di chi le sovrasta. Tempo fa parlai con mia moglie proprio su questo argomento e lei mi riportò le parole di una sua docente universitaria, che per come la vedo io, ha davvero centrato il problema, cioè: di questi tempi il ruolo e la figura della donna sono banalizzati, si prende sotto gamba ogni problema che la riguarda, perché si è legittimati a credere che non valga di più del corpo che mostra. E' aberrante però è così. Riflettendoci mi rendo conto che quando si parla tra uomini di donne, il passaggio immediatamente successivo è quello del sesso. Quando guardo un film, piuttosto che una pubblicità in TV o sul giornale, la stragrande maggioranza delle volte ci sono ragazze succinte o donne semi nude, messe in bella mostra per attirare l'attenzione di noi uomini. E' un dato di fatto che noi maschi abbiamo due cervelli, uno risiede placido dentro la calotta cranica, l'altro nei pantaloni. Io non sono esente da questo discorso, cerco di dividere il più possibile le due attività, ma nonostante i miei sforzi, l'istinto maschile di riproduzione è faticoso da domare, me ne rammarico certo. Per questo motivo la donna è strumentalizzata ed esposta non diversamente da un manichino in vetrina. Il calcolo è presto fatto, il mondo è in mano agli uomini e per sollazzare il desio del sesso, la donna deve rispecchiare tutte le caratteristiche dettate dalla volontà maschile ed è assurdo che tantissime donne, non tutte per fortuna, si prestino a questo gioco perverso per la compiacenza del maschio. Quella che in alcuni casi casi viene definita come emancipazione femminile, se si guarda bene non è altro che la creazione o meglio l'impersonificazione di diversi modelli stereotipati del gusto maschile, che non hanno nulla a che vedere con la normalità delle donne, in tal modo, molte ragazzine insicure, prendono d'esempio dei modelli sbagliati per farsi accettare dai loro antagonisti naturali, nel senso che per piacersi devono per prima piacere ad uomo, forse a tutti gli uomini che incontrano, così in questo modo, possono avere la certezza di essere considerate belle. Sembrerà assurdo ma considerare la donna come un essere inferiore, purtroppo viene insegnato fin da piccoli ai bambini. Lo posso dire con certezza perché avendo una figlia, so come a volte viene trattata da i suoi compagni di classe maschietti, ovvio lo si deve commisurare in un contesto di bambini, ma il passo che questi faranno da grandi, non sarà poi lontano da tutto ciò che poi si legge sul giornale. Non soltanto sono i padri ad insegnare ai figli maschi quanto ho appena detto, ma anche le madri prendono parte a questo sbagliato modo di educare i figli, facendosi trattare come delle pezze da piede sia dal marito che dal figlio stesso, accettando per prime questa orrenda consuetudine. Di esempi ne potrei riportare a bizzeffe, quindi mi permetto di esprimerlo apertamente in quanto parlo con cognizione di causa. Personalmente ho sempre avuto un grande rispetto per le donne, eppure non sono sicuro di non aver mai offeso oppure urtato la sensibilità di qualche ragazza da giovane o qualche bambina da piccolo, credo di no, ma non ci giurerei, proprio perché si è sempre tenuti a credere che fosse corretto pensare in questo modo totalmente errato, senza che nessuno mi insegnasse il contrario. Mia madre è sempre stata una donna forte e mio padre non le ha mai mancato di rispetto, quindi sono tenuto a credere che almeno in famiglia, le cose andassero diversamente da ciò che vedevo all'esterno, ma se devo dire di avere la coscienza pulita, ecco non mi azzardo a sostenerlo. Ora che sono padre di una figlia femmina voglio insegnarle che lei deve pretendere da tutti gli uomini il rispetto che merita perché una donna non è seconda a nessuno. Per quanto riguarda mi figlio, gli insegnerò appunto di rispettare tutte le donne perché è così e non c'è altra via se non questa. Francamente credo che se il mondo fosse governato da più donne che uomini, vivremmo tutti molto meglio di adesso, non soltanto perché le donne sono più sensibili su certe tematiche, più capaci nella gestione di tutto ciò che riguarda un'organizzazione, ma per il semplice fatto che sono più intelligenti e per questo avranno sempre, al contrario di noi uomini una marcia in più. Il mio centesimo post è una celebrazione dell'altra metà del cielo, quella sempre splendente di giorno, ma anche stellata di notte, quella che da qualunque parte la si guardi, si vedrà sempre la parte più bella in assoluto, questo post è per tutte voi, ho detto.
venerdì 14 marzo 2014
sabato 8 marzo 2014
CON LE UOVA NELLE SCARPE
Quello che potevo fare ho fatto, quello che potevo dare ho dato, anche quello che potevo essere sono stato. Mi sento esausto, consumato, prosciugato dalla routine e annientato dall'abitudine di pensare che ciò per la quale mi affatico, sia la sola cosa giusta per me. Ciclicamente torno a pensare di dover fare un cambiamento drastico nella mia vita, di esplorare nuovi orizzonti, di addentrarmi in nuove situazioni per sentirmi vivo, per apprendere qualcosa in più da mettere nel mio bagaglio delle conoscenze, eppure, faccio solo pensieri dai quali ricavo sempre il solito risultato, cioè niente. Per non venire bombardato dal timore di compiere il famoso passo falso, accantono in un angolo remoto del mio cervello, la stuzzicante idea di azzardare ad un cambiamento. Nonostante i miei sforzi di occultamento, questo pensiero resta vivo come un focolaio che spesso sono io ad alimentare, a volte invece il combustibile necessario per ravvivare il fuoco mazdeista, mi viene rilasciato dalla persona più vicina a me di chiunque altra, e ne coprendo perfettamente il motivo. Nelle mie fasi di ribellione impiegatizia, quelle nelle quali sono pronto a rimettermi in gioco in altri ambiti, quelle dove mi sento di poter immergermi a capofitto in nuove esperienze, a conti fatti, resto pronto solo idealmente cioè, con la testa sarei in grado di spodestare anche il direttore della BCE, ma poi la codardia che ho faticosamente coltivato negli anni, mi impedisce di eseguire l'azione che potrebbe rivelarsi vincente. Sono solito credere che la mia situazione attuale sia comoda per me e per la mia famiglia, in quanto sono libero durante le ore diurne e ottenendo da questo alcuni vantaggi come, la possibilità di portare e prendere i bambini da scuola, di recarmi a lavoro in bicicletta, di scrivere i miei romanzi quando lavoro nel cuore della notte, di impiegare il mio enorme tempo libero nel formarmi accademicamente o semplicemente coltivare degli hobbies che a tutt'oggi sono rimasti dei passatempi poco fruttuosi. Quindi sono delle scuse che mi sono accampato perché quello che mi frena dal trovare un lavoro normale e meglio pagato, non sono nè più nè meno le mie psicosi. Qui davvero metto a nudo me stesso per quello che sto per scrivere. I miei limiti sono dovuti a delle paranoie e fisime mentali che interferiscono con i progetti che prefiggo, tipo delle ansie inspiegabili e un enorme senso di fastidio, derivati dall'insicurezza per lo più, ma forse dalla pigrizia e da una forte inadeguatezza nell'affrontare certe situazioni, che sono alla base della vita quotidiana. E' come se emergesse una repulsione inconscia e da questa partisse un conflitto interiore che mi logora, nel momento in cui vengo collocato in un contesto di normalità. Come se volessi distinguermi dalla massa agendo in modi anticonvenzionali, alternativi e poco ortodossi, essenzialmente per due motivi:
1 perché determinati condizioni mi indispettiscono a prescindere.
2 perché mi sento appartenente ad una minoranza "intellettuale" dalla quale faccio fatica a staccarmi.
Potrei anche fare l'elenco di ciò che mi rende riluttante e avverso ad una normale esperienza lavorativa, ma sono così paradossali che mi vergogno, poiché si potrebbe addurre ad una pazzia latente che preferirei omettere. Per concludere so che devo venire a patti con un modo di intendere la vita con il quale non arrivo da nessuna parte, devo ammorbidirmi sulle mie convinzioni e sui modi di agire, devo crescere in ambito lavorativo, per cui devo cambiare lavoro.
1 perché determinati condizioni mi indispettiscono a prescindere.
2 perché mi sento appartenente ad una minoranza "intellettuale" dalla quale faccio fatica a staccarmi.
Potrei anche fare l'elenco di ciò che mi rende riluttante e avverso ad una normale esperienza lavorativa, ma sono così paradossali che mi vergogno, poiché si potrebbe addurre ad una pazzia latente che preferirei omettere. Per concludere so che devo venire a patti con un modo di intendere la vita con il quale non arrivo da nessuna parte, devo ammorbidirmi sulle mie convinzioni e sui modi di agire, devo crescere in ambito lavorativo, per cui devo cambiare lavoro.
venerdì 7 marzo 2014
f U f F O

Se non esistessero i fiori riusciresti a immaginarli? Così recitava un verso di "Altre forme di vita" dei Bluvertigo. E' un argomento davvero affascinante pieno di segreti, di complotti, di scoperte e di rivelazioni più o meno attendibili. C'è chi ci crede fermamente all'esistenza degli extraterrestri e chi pensa siano solo storie prive di qualsiasi fondamento, per meglio dire di fantasia, anzi fantascienza è più appropriato. E' innegabile che quando si guarda il cielo venga spontaneo chiedersi: siamo da soli nell'universo o c'è qualcun altro che vive al di sopra delle nostre teste? Io sono sicuro di si, in fondo non c'è motivo di credere al contrario. In fin dei conti pensare di essere gli unici nell'universo non suscita negli animi, un profondo senso di solitudine? A me si. Dico io, nell'immensità del cosmo ci sarà pure un'altra forma di vita? Anche la legge dei grandi numeri è in grado di sostenere la tesi di questa probabilità, che diamine, se ci pensiamo bene non è poi così assurdo. Mi piacerebbe vivere abbastanza a lungo per poter assistere al momento in cui ci sarà l'incontro con i nostri "vicini." Quello sarebbe l'attimo in cui tutte le teorie religiose cadrebbero come foglie rinsecchite, l'occasione in cui i governi del mondo, sarebbero costretti e sciogliere quel bavaglio di omertà sugli occultamenti delle prove e rendere così pubblici i segreti insabbiati per decenni. Per dirla in breve, sarebbe un momento di grande rivalsa su tutti quelli che non credevano alla chiamata di ET effettuata con il suo dito telefonico, oppure all'invasione di lucertoloni travestiti da umani che si cibavano di ratti, come i nostri amici Visitors. Una volta arrivati sulla Terra e palesati davanti agli occhi dell'umanità, a quel punto Luca Giurato potrebbe rivelare la sua vera natura di marziano, senza problemi, solo allora molte cose si spiegherebbero.
(L'immagine di sopra non è altro che la foto della lampada della mia camera da letto modificata, purtroppo.)
mercoledì 5 marzo 2014
NOSTALGIA CANAGLIA
Essere nato all'inizio degli anni '80 vuol dire portarsi dietro un bagaglio di ricordi tristemente collegati alla TV, poiché a quei tempi rimanere davanti all'apparecchio era visto come un passatempo innocuo. Tra le tante cose trasmesse in quegli anni, a farla da padrone sulle nostre menti innocenti di bambini, c'erano i bombardamenti dei prodotti alimentari correlati ai cartoni animati, come i biscotti dei Puffi, di Kiss Me Licia, le cicche di Braccio di Ferro a forma di spinaci, piuttosto che le marche di merendine vere protagoniste di quel periodo. Come non ricordare le ciambelle Mister Day, il tegolino, il soldino della Mulino Bianco e la mitica girella Motta? Sembra assurdo ma ripensare a dei prodotti privi di ogni qualità, prima fra tutte nutritive, mi viene un moto di nostalgia. Onestamente, credo che un sentimento del genere spetti per cose più importanti, con un elevato senso "spirituale", che siano di un certo spessore per la crescita di un bambino, e non rivolte a delle semplici brioche, intendiamoci. Si è probabile che il magone che mi si erge in gola, sia dovuto alla situazione a cui la mia mente mi fa riferimento e non alla merendina in sé e che tutti quei prodotti siano solo dei simboli per collocare un oggetto ad una situazione, però è indiscutibile che soltanto nel rivedere una pubblicità antica come Roma, in un certo qual modo, il mio senso nostalgico prende il sopravvento su di me. Basta pensare che nel momento in cui mi ingozzavo di quelle robacce, il mio stomaco sobbalzava di gioia, va da sé che il cervello ricorda solo il bello di quella sensazione, è normale. Tralasciando i dolciumi che hanno contribuito a rendere più ricco il mio vecchio dentista e tutti gli amministratori delegati delle aziende merendose, che nonostante la crisi perdurano negli anni rallegrando anche i miei figli, la vera malinconia di quegli anni è rivolta a i miei giocattoli, per quelli si che rimpiango la mia fanciullezza. Sono stato un bambino piuttosto fortunato (perché m'hanno regalato un sogno...) in fatto di giochi, ne avevo parecchi e sono sicuro di aver giocato con ogni singolo personaggio, macchinina, mostro e peluches che ho ricevuto tra i vari compleanni e feste di Natale. Mi perdevo completamente nelle vicende fantastiche in cui i miei giocattoli compivano le gesta eroiche, che decidevo di far loro eseguire con tanto entusiasmo. Quello per me era realmente un passatempo sublime ed estremamente coinvolgente. Non volevo che nessuno oltre a me partecipasse al gioco, perché avevo stabilito delle regole precise all'interno di un regno che per me esisteva davvero, nel quale a turno, i miei personaggi si succedevano il trono a suon di battaglie catastrofiche e guerre apocalittiche. Tutto era dentro la mia testa ed era troppo complicato spiegarlo a qualcun altro, non avrebbe di certo capito le dinamiche, per non parlare del diletto che ne avrebbe risentito drasticamente, ragion per cui giocare da solo era per me la cosa più piacevole e spassosa di tutte. I protagonisti cambiavano a seconda del loro arrivo, se il gioco era nuovo, ovviamente diveniva il principale, quando di novità non ce n'erano allora lì era tutto aperto ad ogni possibilità. Come dicevo prima per le merendine, il mio cervello di giovane acquirente, veniva indotto all'acquisto dei giochi guardando le pubblicità trasmesse nelle ore dei cartoni, e di certo non potevo non essere invogliato ad avere ciò che i miei occhi incrociavano sullo schermo della TV. Una volta intontito per bene dall'accattivante rèclame, correvo a chiederlo ossessivamente a mia madre che mi accontentava per sifinimento. I miei preferiti erano i Masters of the Unviverse, ne avevo parecchi e ancora oggi li rimpiango dopo che ho visto che li hanno rifatti in meglio, poi robot di tutte le fattezze, macchinine di tutte le forme e colori (anche quelle che cambiavano cromatura con l'acqua) playmobil, lego, uno stuolo di peluches infinito, tanto che quando andavo a letto e li portavo tutti con me, sembravo Noè. A dire il vero ho avuto anche dei giochi non proprio di marca, molti provenivano dal mercato o erano quelli più economici del mio negozio preferito "LA CASA DEL GIOCATTOLO" e comunque il risultato non cambiava anzi, mi divertivo di più a pensare di avere un personaggio, che non avere quello originale, eccezion fatta però per i lottatori del Wrestling, perché quelli non autentici (che comunque avevo) erano decisamente scarsi. Di giochi ne avevo a bizzeffe e di merendine ne ho fatte scorpacciate enormi, per quel che ricordo la mia infanzia è stata uno spasso, magari un po' consumista, ma gioiosa. D'altronde ero un bambino e cosa rende più felice un marmocchio se non un gioco nuovo e una merendina gustosa? Ora che sono padre, mi ingozzo meno di merendine e non gioco più molto, lo faccio solo se i miei figli me lo impongono, però il più delle volte cerco di defilarmi, perché ora sono io a non capire bene le loro dinamiche. Vedere che anche loro si entusiasmano come facevo io, mi rende felice in modo inquantificabile, sarà banale dirlo me è la pura verità. L'obbiettivo più grande nella mia vita, la mia missione, è quella di rendere l'infanzia bella e gioiosa ai miei figli tanto quanto l'ho avuta io se non di più. Vorrei che loro da grandi ripensassero alla loro fanciullezza con quella dolce nota di malinconia che un bel ricordo lascia nel cuore, spero vivamente di riuscirci.
martedì 4 marzo 2014
NEL BARATRO
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lunedì 3 marzo 2014
LA TORTURA DELLO SPREMIAGRUMI
Nella società moderna di oggi, ci troviamo spesso ad essere vittime involontarie di un sistema malato, logorante ed alienante. Siamo divenuti delle macchine capaci di produrre qualsiasi cosa, dai beni materiali di uso comune, alle psicosi mentali, passando per le malattie infettive, fino ad arrivare a creare un senso di bisogno fittizio e del tutto ingiustificato di oggetti, di sentimenti e di necessità. Oggigiorno l'essere umano è in grado di produrre e riprodurre tutto. L'infanzia dei bambini, oltre ad essere circondata da beni di consumo più o meno utili, è proiettata in visione di una futura produzione di altrettanti oggetti per generazioni seguenti, capaci un giorno di fabbricare tutto ciò che serve a chi verrà dopo di loro, esattamente come la catena di montaggio del celeberrimo Henry Ford. All'interno di questo immenso sistema di produzione, ognuno di noi ha la propria dose di responsabilità nell'alimentazione della macchina, ovvero, presi singolarmente ogni essere umano, contribuisce a mettere un pezzettino di carbone dentro la fornace di questo treno inarrestabile che avanza distruggendo anche il più piccolo frammento di equilibrio naturale. Stiamo oggettivamente riducendo al minimo le fonti di energia del pianeta in nome del benessere, avvelenandoci per questo, sia l'anima che i pomoni. E' incredibile eppure paradossalmente per riuscire a stare bene, secondo quel modello imposto dalla società come benessere, ci ammaliamo di malattie subdole, atroci, come tumori&Co. Ci alimentiamo di roba tutt'altro che naturale, ma spacciata e spergiurata come tale da chi la produce, ingannandoci con gli involucri dei prodotti, imbellettati da fiori e piante su una bella confezione a sfondo verde, come a sancire il collegamento mentale che lega il verde alla natura, quando poi in verità ci introduciamo lo stesso quantitativo di ingredienti poco salutari e a volte persino tossici di altri, ma confezionati con colori anonimi o addirittura a volte sgargianti come i giubbotti del pronto soccorso. Ci stiamo inquinando anche il cervello con il lavoro quotidiano. Certo, perché per avere quei quattro soldi che ci permettono di tirare a campare, siamo costretti ad ingoiare tutti i malumori dovuti allo stress, delle persone che ci stanno vicino e non di meno i propri, in luoghi di lavoro congestionati di richieste fatte da persone frettolose e prepotenti, magari anche scorbutiche e maleducate, scandite da ritmi serrati e per l'appunto stressanti. C'è anche chi, per guadagnare un briciolo di più, sacrifica le ore notturne, notoriamente dedicate al riposo, a scapito della salute e dei bioritmi necessari al proseguimento di una vita normale, per quel bene, che però è il più grosso male di tutti i tempi, si parlo esattamente di loro, dei soldi. Non si scappa tutto è circondato dalla pecunia, incredibile ma vero anche la felicità la si può misurare in banconote. Chi è ricco non è costretto a pensare a tante cose, o meglio, forse non si preoccupa delle questioni basilari come chi di soldi non ne ha neanche un po', ed è per sua fortuna, più disponibile ad una vita di fatta di piaceri, di sfarzi e di eccessi. Al contrario chi è povero non pensa a niente se non alla sopravvivenza, però chi sta nel mezzo, ma quello un bel po' al di sotto della classe media, per questa stragrande maggioranza di persone la vita è complicata. I soldi li guadagna ovvio, ma come entrano allo stesso tempo escono con una rapidità da Speedy Gonzales, mica perché ha le mani bucate, magari! Ma soltanto per rimanere in regola con tutte le bollette, per non incappare in sanzioni è scrupoloso di pagare tutto entro la corretta tempistica, per sfamare una famiglia, ecc... sborsa ogni mese l'equivalente dello stipendio guadagnato con fatica senza ricevere nulla di più. E' la fetta di persone che fa sacrifici, quelli che per fare dei progetti hanno bisogno di calcolare tutto e scongiurare che non ci siano imprevisti, sono quelli che la vita presenta loro il conto ancor prima di realizzare un sogno, sono quelli che le soddisfazioni ne ha poche e quelle che ha le custodisce come il più preziosi dei tesori. Sono la base della società, le fondamenta stabili sulle quali si erge lo Stato che tuttavia nonostante lo sorregga a stento, purtroppo, si accanisce di più con le tasse, le sanzioni, gli sbagli, vai a capire il motivo. Quelli che le ingiustizie non le vedono soltanto passare, ma le subiscono ogni giorno e per vederle scomparire devono comunque pagare di tasca propria, anche quando l'errore non è avvenuto per mano sua. Sono le arance spremute fino alla buccia, usufruendo del loro succo ogni singola goccia, oppure prime ad essere sprecate e lanciate come quelle della battaglia di Ivrea. Solidarietà alla arance di tutto il mondo e al cibo sano.
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